La nuova svolta dell’Eur stavolta è firmata Pezzotta

12/03/2004

        11 Marzo 2004
        CONVERSAZIONE.
        IL LEADER CISL E LA PRIMAVERA SINDACALE

        La nuova svolta dell’Eur stavolta è firmata Pezzotta
        Il sindacato non dice più solo no, dialogano pure Epifani e Maroni

        Confronto. E’ la parola più gettonata. Lo vuole Roberto Maroni, che giudica «molto rilevante» il documento sindacale sullo sviluppo e invita apertamente a discuterlo il premier e il vicepremier. Fini ha accolto subito l’offerta, anche Berlusconi si è detto disponibile. Il dialogo lo vuole Rocco Buttiglione, il quale si augura che lo sciopero generale del 26 proclamato ieri dai sindacati non lo interrompa. Ma stavolta lo chiede anche Guglielmo Epifani, e il segretario generale della Cgil è pronto a confrontarsi (udite, udite) anche con questo governo. Savino Pezzotta non nasconde la sua soddisfazione. Le parole di Epifani mandano in sollucchero il segretario della Cisl, che al confronto è rimasto abbarbicato anche nei momenti più difficili, quelli della spaccatura sull’articolo 18. Figuriamoci adesso che siamo alla vigilia di un cambio di stagione. Sì, perché l’assemblea unitaria dei delegati ieri (6000 sindacalisti giunti da tutta Italia, per la prima volta dal 1978, l’era della famosa svolta dell’Eur patrocinata da Luciano Lama), il nuovo vertice della Confindustria che oggi incorona Luca di Montezemolo, le incertezze di un governo che sulle pensioni prima tenta l’affondo poi rinvia tutto a dopo Pasqua, tutto ciò mostra che spazi nuovi si sono aperti.

        «Noi abbiamo trattato anche con la Confindustria di D’Amato – precisa Pezzotta al Riformista – Anzi abbiamo raggiunto un accordo un anno fa e il governo lo ha ignorato». Ma inutile nascondere che tra gli industriali spira un’aria diversa. Lo ricorda anche Giuseppe Morchio, amministratore delegato della Fiat, in una delle sue prime uscite fuori dalla carreggiata automobilistica: «Spero che ci sia un po’ di consenso generale, io credo che sia arrivato il momento giusto per fare sistema paese». Pezzotta ne approfitta per un elogio postumo della concertazione. «Si è detto che era una sorta di potere di veto che bloccava le scelte del governo. Tutto il contrario. Con la concertazione le scelte si facevano eccome. Basti ricordare la megafinanziaria di Amato (92 mila miliardi di lire) e quattro riforme delle pensioni. E’ senza concertazione, senza costruire prima il consenso sociale che il governo non è in grado di decidere».

        La nuova primavera si sente nell’aria dentro il palazzo dello sport all’Eur. Così come si sente, spessa, da tagliare con il coltello, la preoccupazione. Epifani snocciola le cifre della disfatta industriale: 1500 crisi, 200 mila lavoratori in cassa integrazione, Terni, la siderurgia, l’Alitalia, i poli elettronici, il tessile, la farmaceutica, la chimica, Cirio e Parmalat. Quanto alla Fiat, «è una scommessa ancora tutta in bilico malgrado la ristrutturazione». Un bollettino impressionante di caduti in una guerra di mercato, la guerra del mercato globale, che vede l’Italia in ritirata. Ma nulla rende meglio l’idea di quel che sta accadendo del fatto che industriali tessili del nord abbiano chiesto ai sindacati di organizzare insieme una manifestazione di protesta, persino una fermata del lavoro concordata, una sorta di sciopero interclassista.

        «Non ci faremo marginalizzare sulle pensioni», spiega Pezzotta per il quale l’assemblea dell’Eur e lo sciopero del 26 è il modo migliore per «uscire dall’angolo e diventare protagonisti e fare la nostra parte per una nuova politica di sviluppo». E insiste sull’accordo del giugno scorso con Confindustria. Riguardava la competitività che da allora ad oggi è persino peggiorata. Finalmente, ieri Fini ha detto che è il momento di discutere sulle proposte sindacali. I dialoganti, dunque, non sono stati ancora messi a tacere dai niet di Berlusconi. Maroni riconosce che Cgil, Cisl e Uil «non dicono solo dei no», il loro documento «individua una nuova agenda politica e sociale articolata in 16 punti (dalla politica sociale al sud, dall’energia ai prezzi e tariffe, dalla politica dei redditi a quella fiscale, dai trasporti ai contratti pubblici, dalla sanità alla politica famigliare e alla formazione)». Poi aggiunge: «Di questi capitoli il penultimo è la riforma delle pensioni. Non dico di esserne deluso, ma sottolinea che la mobilitazione del sindacato non è contro la riforma delle pensioni, ma è una manifestazione molto più ampia che pone questioni serie al governo». Per questo a risponderne dovrà essere direttamente il presidente del Consiglio.

        «Proprio così, non è uno sciopero sulle pensioni, è uno sciopero per lo sviluppo», insiste Pezzotta. D’accordo, il discorso sul metodo è chiaro. Ma sul merito? Sulle pensioni, i sindacati dicono no? «Anche le pensioni vanno inquadrate in parametri diversi – risponde il segretario della Cisl – Una cosa è affrontarle con il pil che cresce, un’altra è in un quadro di stagnazione. Non partiamo dai tagli per capire che cosa fare, ma esattamente al contrario». Eppure dei tagli vanno fatti se la spesa pubblica è salita del 4,9% nel 2002 e del 5,8% nel 2003. «Il bilancio dello stato è un problema serio, ma non si può scaricare sulle pensioni. Non si può tagliare solo da un lato, senza una seria politica di redistribuzione. Insomma, non possono pagare solo i miei». E’ la vecchia questione degli autonomi, dei ceti che ricevono e non pagano i contributi. Per Pezzotta «è la questione di una politica di bilancio da affrontare in modo complessivo e non punitivo».

        Ma sull’aumento dell’età pensionabile, che chiede anche l’Unione europea, i sindacati non sono d’accordo. Il segretario della Cisl invita a vedere anche questo aspetto non come un gioco a somma zero, bensì in modo dinamico. «L’aumento dell’età pensionabile non significa far lavorare più a lungo chi ha già dato. Va inserita anch’essa in una diversa gestione del mercato del lavoro. Per esempio, perché si è pensato al part time per i giovani e non anche per gli anziani? A 65 anni un muratore non può più salire su un’impalcatura come quando ne aveva trenta di meno». In sostanza, i no di ieri restano, ma oggi possono diventare dei sì a una politica per la crescita, nella quale tutti siano disposti a cedere qualcosa. E alla fine Pezzotta rimprovera anche il Riformista: «Non mi presentate la nostra iniziativa e lo sciopero del 26 come la protesta di vecchio stampo. Qui all’Eur è maturata una svolta».