La nuova questione settentrionale – di Massimo Lo Cicero

12/04/2002





La nuova questione settentrionale
di Massimo Lo Cicero

Negli anni 90 la dinamica del Pil nelle regioni italiane ha avuto una traiettoria inedita. I dati ci dicono che in Italia esiste oggi una "questione settentrionale". Per fare emergere il problema bisogna rinunciare alla canonica distinzione tra Nord e Sud. In questo caso, infatti, i numeri ci direbbero ambiguamente che il Mezzogiorno batte il Centronord negli anni compresi tra il 1996 ed il 1999 ma è battuto nel 2000, per tornare a dominare l’altra ripartizione nel 2001 e chiudere in seconda posizione il 2002. La questione settentrionale. Questa altalena nella graduatoria della crescita si svolge su un terreno mediamente miserabile: intorno ad un tasso di periodo che indica il tetto del 2% come crescita annua delle due ripartizioni. Roba da ridere se si riflette ai tassi degli anni sessanta, quando Nord e Sud viaggiavano ad un ritmo annuale superiore al 5 per cento. Ma, se si scompone l’Italia in quattro fette piuttosto che in due, allora si vede che i "nuovi deboli" sono gli abitanti del Nord- ovest ed i "nuovi forti" sono quelli del Nord est e del Centro. Il Mezzogiorno cresce più del nord ovest ma meno dei "nuovi forti". Questa è la curiosa evidenza statistica. Cerchiamo di interpretarla: sia per quello che essa ci rivela sulla nostra storia recente che per quello che ci può insegnare sulla dinamica strutturale degli ultimi cinquant’anni. Iniziamo da lontano: dagli anni cinquanta. Il problema del mancato recupero del divario tra Nord e Sud ha una soluzione evidente: in genere (e per oltre cinquanta anni) i due tassi di crescita, quello del Mezzogiorno e quello del resto dell’Italia sono stati sempre molto vicini tra loro e, quindi, anche vicini alla media italiana. Il Mezzogiorno partiva in ritardo di sviluppo, non ha mai avuto uno "scatto" da velocista e non ha mai veramente recuperato il proprio ritardo. Tra il 1950 ed il 1970, cioè per i venti anni del "miracolo economico", l’Italia è cresciuta ad un tasso medio annuo superiore al 5%: il Nord andava al 5,6% ed il Sud al 4,7 per cento. Gli anni 70, dominati dalla stagflazione, cioè dalla miscela di depressione ed inflazione, hanno compresso al 2,2% annuo la media nazionale: il Nord stava poco sotto la media ed il Sud si consentiva un 2,3 per cento. Dal 1983 al 1990 la crescita peggiora per tutti ma per il Nord di più. Il triennio dal 1990 al 1993 è veramente nero: tutti sono vicini ad uno stop della crescita. Ma la rilevazione dei dati sul Pil viene modificata nel corso degli anni 90. Dal 1995 la misura è diversa per la natura dei fenomeni osservati e le serie storiche diventano difficilmente confrontabili. Il ritmo della crescita, tuttavia, dovrebbe esserlo ancora. E qui, dal 1996 al 2002, il Mezzogiorno si prende la rivincita sul Centronord: perché batte il nemico storico, il "triangolo industriale", ma non riesce a correre con la velocità dell’Italia centrale e del mitico Nord-est. Le ragioni della crisi. Il Mezzogiorno, ci dice la nostra storia economica, rallenta meno quando l’economia va male. Perché vive di sussidi e trasferimenti da parte della macchina pubblica: e quei trasferimenti hanno una forte componente inerziale. La spesa pubblica, per infrastrutture, incentivi, pensioni o sussidi, non risponde alla disciplina del mercato ma alle routine della burocrazia. In una prospettiva di lungo periodo il Mezzogiorno cresce più velocemente solo in due periodi: dal 1983 al 1993 e dal 1996 al 2002. Nel primo periodo la dinamica del Pil meridionale è stata alimentata dalla spesa pubblica domestica. Nel secondo periodo da una combinazione tra spesa domestica e spesa europea: entrambe rigorosamente pubbliche. Ci sarà stata anche una componente di effervescenza locale nel l’economia meridionale degli anni novanta ma essa ha garantito un assai modesto 2% l’anno di espansione: un terzo della velocità con cui la vituperata Cassa spingeva la crescita negli anni cinquanta. Il rallentamento del Nord-ovest. Ma perché il nord ovest ha rallentato? Ma il nord ovest è davvero l’isola dei nuovi poveri o è solo una grande bolla di benessere che ha smesso di espandersi? La risposta è banale ed evidente. Perché quell’area del Paese ha subito la grande trasformazione dall’economia del fordismo a quella dei servizi e della flessibilità. Perché si è arenata la grande industria tradizionale e si è scatenata, sui mercati esteri ed in direzione di quei Paesi, destinatari dell’allargamento ad Est della Ue, sia la media industria del Nord-est che e la forza produttiva della "terza Italia". Ma a Torino, oggi, vivono male come nell’Aspromonte? Sarebbe temerario affermarlo. Certo è che le banche dinamiche sono quelle del Nord-est: le star del sistema sono l’Ambroveneto, che ha scalato la Cariplo e la Comit, la Popolare di Verona che si è fusa con quella di Novara, l’Antonveneta che approda in Borsa. I "nuovi forti" sono gli attori economici di quella parte del nostro Paese che confina con la Slovenia e che ritrova le sue radici nella storia dell’impero austroungarico. Le imprese e le famiglie del "triangolo industriale" non saranno i "nuovi poveri" ma certamente godono oggi del privilegio che i sistemi democratici riservano ai deboli: una compensazione in termini di rappresentanza politica. La scena politica del sistema era dominata, quando la Cassa del Mezzogiorno agiva efficacemente o quando la macchina pubblica ridistribuiva la ricchezza tra Nord e Sud, da una classe dirigente e da una cultura di Governo che, ironicamente, l’avvocato Agnelli attribuiva alle radici intellettuali della Magna Grecia. Oggi non si può dire altrettanto. L’economia del Nord-ovest è più lenta, ma è ancora grande, e la rappresentanza politica di quegli interessi non è affatto debole. È strano e paradossale, invece, che la parte ancora debole del paese, ancorché apparentemente effervescente, risenta di una capacità di rappresentanza politica assai flebile, risulti affascinata da un federalismo che la condannerebbe alle sue magre risorse, si accontenti di questa "spontanea vivacità" e non richieda consapevoli ed intelligenti politiche di integrazione, con il resto del Paese e con l’Europa.

Venerdí 12 Aprile 2002