La McDonald’s semplifica la vita del cliente tanto quanto la complica al dipendente

http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/263/45.htm



rivista anarchica
anno 30 n.263
maggio 2000





diario a cura di
Felice Accame
Cene fuori

 

Nel film Waiting to Exhale (1996), che in Italia è stato intitolato Donne, ma che più o meno si sarebbe anche potuto tradurre come "aspettando un bel respiro di sollievo", il regista Forest Whitaker racconta l’infelicità di quattro amiche. Una volta l’anno, il giorno di capodanno, si incontrano e si raccontano com’è andata e come sta andando. Si ricostruisce, fra l’altro, un colloquio con un fidanzato dove una di queste ragazze dice cosa vorrebbe da un’eventuale loro vita comune: dei bambini, una casa e andare fuori a cena tre volte la settimana.
Nel suo film più recente,
C’era un cinese in coma , Verdone impersona un agente teatrale fanfarone, rovinafamiglie a maggior ragione se si tratta della propria, perennemente in cerca di soldi e successi e perennemente destinato a ottenere il contrario di quanto si prefigge. Finalmente, dopo tanto tempo di latitanza morale e fisica, una sera porta la moglie fuori a cena. Lei si mette il vestito più bello, ma deve presto scoprire che si tratta, diciamo così, di una cena di lavoro: il marito non la porta al ristorante, ma a casa di un amico, l’ultima sua scoperta da lanciare nel mondo dello spettacolo. Finisce perfino che la poverina, con il suo abito da sera, la cena se la deve cucinare lei e, una volta piazzata in tavola per i due uomini egoisticamente coinvolti dai propri sogni bugiardi, se ne va sbattendo la porta.
Nel 1989, la sociologa australiana Joanne Finkelstein ha scritto un libro sull’
Andare a pranzo fuori (traduzione italiana, Il Mulino, Bologna 1992). Prendendo le mosse da alcuni dati statistici che dimostrano come, dai primi anni Settanta in poi, in molti Paesi del mondo cosiddetto "occidentale" -Stati Uniti d’America, Canada, Australia, Giappone, Gran Bretagna, Francia – le spese della gente in ristoranti abbiano avuto un incremento straordinario, la Finkelstein sviluppa una serrata indagine sulle motivazioni che ci spingono a cenare fuori casa, assegnando a questa attività – come nel caso delle eroine dei due film che ricordavo -un valore notevole.
Il "piacere smodato" che la gente trae "dal consumo di cibi in luoghi pubblici"- buttandosi nel fast food, o nell’etnico, o nel ristorante di lusso o nella trattoria sotto casa, a seconda degli umori o del denaro a disposizione – non può essere spiegato né dalla qualità del cibo, né dalle fatiche risparmiate, né, tantomeno, dalla peculiarità dei rapporti umani che in questi luoghi si può intrattenere. La Finkelstein rammenta bene la tesi di Simmel concernente tutti i casi in cui uno scambio sia controllato dal denaro ñ casi in cui i rapporti umani vengono subito spersonalizzati e banalizzati -ed è anche consapevole dell’importanza "del ristorante nell’affermazione di valori borghesi". Tuttavia, analizzando le strutture ambientali e le forme di comunicazione che caratterizzano i ristoranti – e mettendo bene in evidenza quanto nel ristorante rimanga delle differenze di classe e di genere -, la Finkelstein giunge a sostenere la tesi che "pranzare fuori costituisce un’attività intrinsecamente incivile".
La sua argomentazione, pressappoco, è la seguente: se definiamo "civile" la condotta "che si manifesta negli scambi tra individui che sono in egual misura coscienti di sé e rispettosi l’uno dell’altro, che evitano le differenze di potere e che non mediano i loro scambi attraverso segnali che evidenziano la loro condizione sociale o il loro prestigio", cioè se crediamo che il "carattere distintivo della civiltà" sia "il grado di coinvolgimento richiesto ai soggetti che interagiscono", e se constatiamo che pranzare al ristorante ci solleva dal "dare forma alla socialità", che al ristorante, di principio, tutti trasformano gli altri in merce o in strumento per i propri fini, o che al ristorante si assiste a tutta una serie di scambi rituali che "impediscono il riconoscimento dell’altro come individuo singolo", o che, ancora, al ristorante vigono norme sociali che "appaiono bene accette perché diminuiscono la necessità di pensare al modo e alla ragione per cui dovremmo agire in una determinata maniera", allora ne consegue che il pranzar fuori contiene i più succulenti ingredienti dell’inciviltà.
Ci troviamo così a dover sciogliere i nodi di un’apparente contraddizione: le donne infelici raccontateci dal cinema – ribellandosi alla schiavitù della cucina o chiedendo un po’ di attenzione tutta per loro -, almeno in quel paradigma dei rapporti sociali che definisce l’uguaglianza degli esseri umani e dei loro diritti, esprimono valori positivi, ma, cercando di sanare le proprie ferite con una soluzione sostanzialmente alienante, nel medesimo paradigma, rincorrono valori negativi. Non sarebbe la prima volta che, per esprimere la vicenda con la metafora appropriata, si cade dalla padella alla brace.
Tuttavia, se si tiene in debito conto quanto di mentale ci sia nelle situazioni descritte dalla Finkelstein – come, peraltro, in ogni situazione in cui gli esseri umani investono di valore qualcosa che di per sé non può mai essere né negativo né positivo -, ci si deve ricredere e ammettere, anche, che contraddizione ideologica non ci sia affatto. Per quanto cogente sia un ambiente, e per quanto codificati e stilizzati possano essere i comportamenti che in questo ambiente possono innescarsi, c’è sempre per ciascuno di noi la possibilità di ribaltare le procedure, ignorare i vincoli ed iniettare nella situazione una buona dose di creatività. Se la trasgressione non troverà il conforto di uno scambio comunicativo adeguato, pazienza. Rimarrà ad onore di chi ci ha tentato e ad onta di chi si è rifiutato. Come le rivoluzioni possono cominciare ovunque – in una galera, in un’aula di tribunale o in una piazza -, così anche andando a cena fuori si può tentare di instaurare nuovi rapporti umani o di suturare gli sbreghi di un rapporto conciato da buttar via. Ferma restando l’inciviltà della stazione prescelta, nella storia sociale del mondo agiato, in cui il tentativo viene effettuato.
P. s.:
Già nel 1968 – anno che solitamente ricordiamo per tutt’altri avvenimenti -, oltre la metà della popolazione degli Stati Uniti d’America abitava "a una distanza di tre minuti di macchina da un punto di vendita McDonald’s". Il manuale di addestramento dei dipendenti della McDonald’s, in America, consta di ben 600 pagine. La McDonald’s semplifica la vita del cliente tanto quanto la complica al dipendente. Che ci sia qualcosa di moralmente poco chiaro è, allora, evidente.
Felice Accame