La marcia infinita delle professioni verso la concorrenza

13/12/2001

Il Sole 24 ORE.com








    La marcia infinita delle professioni verso la concorrenza
    di Sabino Cassese
    Le vicende degli ordini professionali, nell’ultimo quinquennio, presentano caratteri paradossali. All’inizio c’è un’indagine dell’Autorità della concorrenza, secondo la quale nelle professioni vi sarebbero alcune barriere all’accesso, posizioni monopolistiche garantite da tariffe minime, altre limitazioni alla concorrenza derivanti dal divieto di pubblicizzare i servizi e da restrizioni territoriali (per esempio, per farmacisti e notai). L’Antitrust, però, poteva fare ben poco da sola, perché le limitazioni indicate sono assicurate da leggi. Per cui essa fa una segnalazione al Governo. E quest’ultimo avvia una riforma generale del settore. Anzi, due diversi governi istituiscono due diverse commissioni, che preparano due diverse proposte di legge. Il meccanismo messo in moto dall’Antitrust andava già oltre il segno. Le cose, però, sono poi peggiorate, perché le proposte si sono andate allargando, sotto la pressione di più spinte.
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    Giovedí 13 Dicembre 2001
 
Marcia incompiuta verso il mercato
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Tra queste: i professionisti senza ordini, ma in attesa di riconoscimenti legislativi; i professionisti contrari agli steccati garantiti dallo Stato; gli Ordini professionali timorosi di perdere alcuni vantaggi; una generale cultura riformatrice incapace di cercare soluzioni ai problemi veri e portata ad architettare soluzioni per problemi falsi, o addirittura false soluzioni. Questa mistura ha finito per ottenere un solo effetto: quello di intimorire il mondo dei professionisti, che si è unito in una sorta di confederazione e ha cominciato a far sentire la propria voce. A questo punto, la situazione si è rovesciata. I governi, da accusatori sono divenuti accusati. Gli Ordini, che potevano segnalare con razionalità i problemi veri ai quali por mano, si sono trasformati in sindacati, hanno iniziato a chiedere a gran voce il riconoscimento della loro importanza, la loro consultazione obbligatoria, qualche beneficio fiscale, il potere di autoregolarsi. Fino a giungere al "professional day", una versione particolare dei rituali ai quali ci hanno abituato i sindacati. Le vicende appena tratteggiate insegnano che i governi dovrebbero calibrare i loro interventi sui problemi reali, non proporsi disegni grandiosi, di riforme generali di settore, specialmente se questi sono a metà strada tra lo Stato e la società. Insegnano, in secondo luogo, che, se non vi sono ragionevoli possibilità di realizzarle, i governi non dovrebbero annunciare riforme magniloquenti, che finiscono per attizzare gli interessi contrari e a produrre controriforme. Insegnano, in terzo luogo, che, messi su questa china sbagliata, anche persone dabbene, come sono, in massima parte, i professionisti, finiscono per trasformarsi in qualcosa di simile ai ringhiosi sindacati, abbandonando il ruolo legato alla professione, e trasformando gli ordini in strumenti di autodifesa. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: i pochi ritocchi che andavano fatti sono ormai dimenticati; dal calderone dei progetti inutili spuntano altre priorità, non meditate; queste finiranno per imporsi, ma richiederanno, poi, correzioni di rotta; i problemi veri restano insoluti. Insomma, il gatto si morde la coda. Sabino Cassese
Giovedí 13 Dicembre 2001
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