La marcia dei precari? Ora la organizza il Pd

10/07/2007
    martedì 10 luglio 2007

    Pagina 7 -POLITICA & SOCIETÀ

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      La marcia dei precari? Ora la organizza il Pd

        Antonio Sciotto

          È di questi giorni la notizia che il tavolo sulle pensioni verrà allargato ai «giovani»: era partito la settimana scorsa Francesco Rutelli – stupendosi per il fatto che «i trentenni non scendono in piazza» visto che chi difende le pensioni dei più anziani vorrebbe danneggiare i precari – e ieri Daniele Capezzone, «giovane» dei Radicali, ha lanciato una moderna marcia dei Quarantamila, da eseguire il prossimo autunno. Questa volta non avrebbe per oggetto gli operai Fiat – troppo «vetero» – ma i diritti delle nuove generazioni precarie, negati dai «conservatori» che non accettano la logica dello scalone. Si potrebbe proporre la data del 4 novembre: l’anno scorso ci fu «Stop precarietà ora», i precari «radical». Questa volta vedremmo in piazza i precari «riformisti». Invitato al tavolo sarebbe il Forum nazionale giovani, ai più ignoto, ma che ha avuto risalto grazie a una lettera su Repubblica: i portavoce Cristian Carrara e Tobia Zevi lamentavano la poca attenzione alla «categoria» giovani. Bisognerebbe chiedersi chi ha titolato i suddetti a rappresentare i lavoratori, giovani o meno che siano. Ma in effetti, guardando alla piattaforma che accennano nella lettera, ci appaiono né più né meno che una succursale in erba del Partito democratico.

          In sostanza l’idea che si vuol far passare è che: 1) il precariato coincide con l’età giovanile, contrapponendo i «flessibili» con i vecchi, caratterizzati dal «posto fisso»; 2) i giovani, i «flessibili», hanno accettato di buon grado la precarietà, e adesso reclamano semplicemente l’unificazione dei contributi per i periodi di non lavoro e il riscatto facilitato della laurea. E’ il programma del Pd: ammortizzatori sociali come una sorta di «elemosina», lasciando intatti contratti di sfruttamento come la collaborazione a progetto, o la ripetibilità all’infinito dei tempi determinati. Non sappiamo che lavoro facciano Carrara e Zevi, ma i giovani italiani (come tanti più anziani, ormai pure loro precari) vogliono al contrario soprattutto un futuro di certezza e stabilità. Ovvio, anche pensioni dignitose: ma contrapporre i pensionati di oggi a quelli di domani, come fanno Rutelli e Capezzone, è un falso. Dato che il problema «scalone» riguarda quelli che vanno in pensione con il vecchio sistema, il «retributivo», mentre i giovani di oggi – che hanno cominciato a lavorare dopo la riforma Dini del ’95 – vanno con il «contributivo». Dunque, si stanno pagando già da sé la propria pensione, e semmai il vero nodo per loro è non tagliare i coefficienti di trasformazione.

          Guardiamo l’ultima indagine Cgil sui parasubordinati, quasi 900 mila nel nostro paese: non solo aumentano (+7% nel 2006), ma la loro media di età è di 36 anni. La maggior parte (ben il 48%) è situato tra i 31 e i 50 anni. Sono giovani? Il «salario» medio è sotto i 10 mila euro lordi l’anno, cioè al netto se va bene 600 al mese. Tanto che ieri la Cgil ha ribadito che, se si hanno a cuore i giovani, si deve parlare piuttosto di salari e nuove leggi, che rimettano al centro il tempo indeterminato, a pieni contributi: cioè almeno il «superamento» della legge 30, come ci è stato promesso nel programma dell’Unione. Senza contare che i precari sono almeno 3 milioni e mezzo, e altrettanti lavorano in nero. Se la soluzione è: teniamoci i cococò e i contratti-bidone, riunifichiamo solo i contributi, si spera che Cgil e sinistra radicale (ultimamente non troppo in sintonia) riescano a contrapporre una piattaforma più seria rispetto a quelle dei nuovi «giovani».