La marcia dei padri e dei figli in nome della dignità e del lavoro

25/03/2002


 
IL RACCONTO
 La marcia dei padri e dei figli in nome della dignità e del lavoro
 
 "Che dirà il governo?Come prima cosa che eravamo 500 mila"
 Anche i taxisti, nel caos del traffico, non si arrabbiano e chiedono: "Com´è andata?"
 Una folla composta, con sei cortei che sfilano in un silenzio pensieroso
GIUSEPPE D’AVANZO


Come si può dar conto di una manifestazione – ammesso che l´espressione sia adeguata a quel che si è visto ieri a Roma – che non ha né centro né corsie né confini? Già alle nove del mattino – i primi cortei si sono mossi alle 7,30 e da piazza Maresciallo Giardino addirittura prima delle sette – la scenografia si frantuma come uno specchio rotto in centinaia di migliaia di quadri. I percorsi definiti dal programma si spezzano. Erano sei i cortei con le «teste» in piazza della Repubblica, Piazzale delle Crociate, San Giovanni in Laterano, Piazza dei Navigatori, Piazzale dei Partigiani, Maresciallo Giardino. A ridosso delle Mura, come un´inondazione, la marcia cerca spazio dove lo trova. Si allarga. Si allunga. Si dilata. Si sparpaglia. Si protende. C´è troppa gente, troppi uomini, troppe donne, troppi giovani, troppi berretti rossi, troppe bandiere, troppi fischietti gioiosi.

Sarà così anche alla Tiburtina, anche sulla Cristoforo Colombo e al Gianicolense?
Bisogna muoversi, allungare il passo ché quelli di dietro premono, a loro volta pressati. E allora tagli di lato, cerchi respiro in quella straduzza, tiri il fiato al bar dell´angolo dove si è formata una paziente fila in attesa di poter entrare o scovi un´aiuola e un po´ d´ombra e fai sosta guardando passare gli altri. Al di là delle Mura, la manifestazione è dappertutto. Nelle piazze, nei viali, nei vicoli, sui lungotevere. Ovunque, trovi un drappello, un battaglione di «marciatori». E´ una quieta, quasi contegnosa conquista della Capitale.
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Quel gruppo lì è risalito a Roma dalla Sicilia e quell´altro è venuto giù dal Canavese. Le facce sono stanche. Lo vedi quando si stropicciano ripetutamente gli occhi o si stringono nella giacca con un brivido, anche se c´è il sole. Angelo si è mosso da Ispica, Ragusa, alle 15,30 di sabato. Bus. Treno. Ancora bus. Un travaglio. Una pena. Emma si è messa in movimento alle 3.30 della notte da Vasto, Chieti. «E´ valsa la fatica», dice guardandosi intorno e indicando con gli occhi il motivo della sua soddisfazione. «E´ bello stare in mezzo a tutta questa gente che sa che cosa è il lavoro, consapevole che i diritti conquistati con una vita di lotte non si possono toccare».
Non si parla molto. Ci si accontenta di stare insieme e camminare l´uno accanto all´altro. Di offrirsi un bottiglia d´acqua, un sorriso, un berretto, una rosa. Sembra che non ci sia bisogno di parlare molto. Quando lo si fa, le parole che ritornano naturali sono «diritti», «dignità» «lavoro». Qui e lì, c´è chi manipola, berciando, «Maroni e Berlusconi» con «coglioni». C´è un ragazzo con lo striscione del Consorzio del Chianti classico che, per chilometri, sghignazza: «So´ unto del Signore, del Signore so´ l´unto». Non vedi, tuttavia, una facile o scomposta aggressività personale contro il presidente del Consiglio. Quel che conta, non è la faccia di Berlusconi, la sua grossolanità e arroganza, l´idea «aziendalistica» che ha di se stesso e degli altri. Quel che conta è la politica del governo. Sarà questo slittamento dall´uomo alla politica a ridurre, a trattenere in nicchie il risentimento. Non è questa secrezione attossicante, autodistruttiva, infausta il senso comune dei «marciatori». Come non lo è uno spirito di «resistenza», a ben vedere. Energia sembra la parola più adeguata per dire l´anima della «lunga marcia»: la volontà di mostrare una quantità di energia necessaria a difendere «i diritti acquisiti», ricordare «una storia di democrazia», «immaginare un futuro». L´Italia del Circo Massimo è un Paese energico, cortese, accogliente. Un´energica forza tranquilla.
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Non c´è allegria. Il nome di Marco Biagi è sulla bocca di molti. Lo sussurrano. Ne parlano. Parlano del terrorismo. Del «solito terrorismo che si affaccia con la puntualità di un maggiordomo…». In troppi, a dir la verità, si abbandonano a qualche facile e rozza dietrologia. «Siamo davvero sicuri che si tratti della Brigate rosse?». Comunque la si pensi, ognuno sembra aver ben presente che una moglie ha perso un marito e due ragazzi il padre. Ci può essere allegria o festa? Si può dimenticare oggi quella tragedia? A tratti, si marcia in un silenzio pensieroso. Senza slogan. Senza trombette. Senza musica. Come in raccoglimento.
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E´ tornato il rosso. Da qualche anno era in declino, come una vergogna che dovesse essere rimossa o nascosta o attribuita ai vicini di casa. «Anche l´Unità se n´era sbarazzata trasformandolo in blu…». «Anche Rifondazione comunista lo sfoggiava con parsimonia…». Non c´erano state avvisaglie della sua rentrée. E´ riapparso all´improvviso. Rossi i berretti. Rosse e tante le bandiere. Rosse le casacche, i pullover, le k-way, le camicie, le pettorine, gli striscioni, le spille, i fiori, i nastri nei capelli e i foulard annodati al collo o intorno alla testa. Vedi una grande scia rossa dalle spallette del Tevere. Rosso il cerchio intorno al Colosseo. Quando la tramontana mulinella la polvere, le bandiere si gonfiano come fossero vele e il Circo Massimo diventa una nuvola rossa.
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Padri e figli. C´è chi ha voluto dirlo con chiarezza che questo 23 marzo del 2002 è il giorno dei padri che difendono i diritti dei figli, e dei figli che chiedono le garanzie dei padri. Quei due se ne vanno in giro con un cartello al collo. Sul cartello del padre, c´è scritto «padre»; sul cartello del figlio c´è scritto «figlio». Camminano veloci e sorridono della loro trovata. Piace a molti. Nessuno qui intorno, anche quello con i capelli bianchi, ricorda che uno stesso conflitto politico-sindacale ha stretto in un solo abbraccio, come oggi, tre generazioni. Nonno pensionato. Padre lavoratore. Figlio studente o in attesa del primo impiego.
A guardar bene, c´è anche dell´altro. C´è come una insolita crepa del carattere nazionale perché è vero che non è proprio «italiano» la capacità di identificarsi con gli altri, di sentirsi parte della stessa società. Giacomo Leopardi pensava che gli italiani fossero «maggiori» nel cercare di «innalzarsi, in qualunque modo e con qualunque mezzo, colla depressione degli altri, e di fare degli altri uno sgabello a se stesso». L´Italia del Circo Massimo non appare così. Non ci sono soltanto i figli che si stringono ai padri. Vedi molte Italie strette le une alle altre con fiducia. Il pensionato marcia accanto al rasta, l´insegnante con l´infermiere, il professore con il vigile del fuoco, l´agricoltore con il metalmeccanico, lo studente con il muratore, il giovane think-tanker del ministero con il bancario. Si conoscono poco, ma sembrano aver voglia di farlo. Soprattutto, appaiono convinti di non lasciarsi dividere.
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I leader politici del centro-sinistra sono qui da qualche parte. Ci sono tutti, dicono. D´Alema, Fassino, Rutelli, Veltroni, Violante, Angius, Melandri. Ci sono anche gli artisti da qualche parte, forse dietro il grande palco. «Ho visto la Ferilli…», racconta quello venuto dal Friuli. Mente, ma gli altri distrattamente tirano su la testa, allungano il collo. Magari fanno in tempo a vederla anche loro. Non la vedono, e finisce lì. D´altronde, ora sono al Circo Massimo, nel vento freddo e nella polvere, soltanto per Cofferati. Vogliono ascoltarlo, e lo ascolteranno con passione, in silenzio, concentrati.
Il circuito tra l´immagine pubblica di Cofferati e la passione che sollecita è bizzarro. Cofferati appare un uomo freddo, distante, imperturbabile. Il suo eloquio è misurato e puntuto, senza sovrattoni retorici e cedimenti «teatrali». Anche questa volta non concede nulla «alla scena». Sembra appunto questa sobrietà che si attendono i «marciatori». Niente trucchi. Niente «teatro». Nessun espediente da talk-show. Nessuna magniloquenza del gesto o della parola. Vogliono ascoltare giudizi, formule concrete, chiedono un´idea che sappia creare «un sogno». E´ quel che da Cofferati si aspettano anche quelli – e sono molti qui – che lo chiamano «Signor No», che lo criticano con severità, che non sono iscritti alla Cgil. Cofferati trova quella formula in tre parole: «diritti», «garanzie», «democrazia». Meritano di diventare le «chiavi» della più grande manifestazione della storia della Repubblica.
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Si ritorna a casa. Anche il traffico e gli automobilisti di Roma sembrano consapevoli del momento. Sono fermi come chiodi nel legno, epperò non bestemmiano, non urlano, non strombazzano. Uno di loro grida a un «marciatore»: «E´ andata bene?»
«Accidenti, se è andata bene», risponde il «marciatore» serio serio. Qualche metro più avanti, chiede al suo vicino: «Quanti saremo stati?».
«Non hai sentito? Hanno detto dal palco che eravamo tre milioni», dice l´altro.
«E ora il governo che farà?», chiede ancora.
«Per cominciare, dirà che eravamo 500 mila!».