La manovra delle beffe – di Laura Pennacchi

04/10/2002

              4 ottobre 2002

              LA MANOVRA DELLE BEFFE
              Non si uccide così l’economia

              Laura Pennacchi

              Lassismo finanziario, declino
              economico, degrado sociale:
              ecco il significato non mediocre,
              da non sottovaluare, della somma
              di mediocri beffe di cui quest’anno
              è infarcita la Finanziaria, significato
              che emerge con più chiarezza
              a mano a mano che i documenti
              di bilancio – ora la nota di aggiornamento
              del Dpef – vengono, oltre
              che reclamizzati, effettivamente
              resi disponibili. E questo proprio
              quando le funzioni di governo
              in generale, la politica economica
              e sociale in particolare, sarebbe-
              ro chiamate ad esercitare al più
              alto grado le loro responsabilità,
              approntando adeguate risposte a
              una evoluzione mondiale assai lontana
              dalla ripresa e in cui, anzi, si
              moltiplicano i segnali di crisi – come
              il crollo delle borse ai livelli del
              1987 – e soffiano venti di guerra.
              Dopo 15 mesi di provvedimenti
              senza copertura, di previsioni di
              crescita sovrastimate, di crolli delle
              entrate (fino a meno 15%), l’indebitamento
              sale.
              Era al 2,1% nel 2002 (era l’1,1% nel
              Dpef) e all’1,5% nel 2003 (l’impegno
              originario era lo 0,5%) ma supera ampiamente
              il 3% se si considera la mole di misure
              una tantum, mentre il Pil rasenta la crescita
              zero quest’anno – a dispetto di tutte le mirabolanti
              affermazioni in contrario pervicacemente
              ripetute fino a ieri (per l’esattezza fino a
              giovedì 19 settembre) – e, inspiegabilmente,
              balza al 2,3% l’anno prossimo. Non a caso il
              ministro Tremonti, nello spiegare la Finanziaria
              alla Camera, ha esplicitamente rivendicato
              come cardini dell’attuale manovra due precedenti
              decreti: quello con cui si istituiscono la
              «Patrimonio Spa» e la «Infrastrutture Spa» e
              quello cosiddetto «blocca spesa», in discussione
              nei prossimi giorni. Con tale rivendicazione
              viene anche chiaramente rivelata la strategia
              del governo: nessuna gestione della finanza
              pubblica proprio perché ciò che interessa
              davvero è la «finanza creativa».
              Infatti, mediante l’azione delle due «Spa» il
              governo dovrebbe creare e rastrellare le entrate
              di una nuova cartolarizzazione – unica fonte
              di risorse fresche, insieme ai condoni e alla
              proroga della sanatoria per i capitali portati
              illegalmente all’estero, della Finanziaria per il
              2003 – con cui si dovrebbe procedere alla titolarizzazione
              di «diritti» (di uso e di superficie)
              oltre che di «beni», operazione che in questi
              termini non è stata consentita nemmeno all’Argentina,
              attraverso cui può avvenire la
              svendita del demanio marittimo, con vantaggi
              enormi per intermediari finanziari e costruttori
              pronti all’opera e con la creazione di debito
              pubblico occulto ad altissimo costo. Mediante
              il decreto «blocca spese» il governo si maschera
              da tutore dei conti pubblici e, in realtà,
              vanifica il senso dell’articolo 81 della Costituzione
              - che prescrive un obbligo di copertura
              ex ante e non ex post – lasciandosi tutta la
              facoltà di presentare misure finanziarie non
              prudenziali, come accade anche ora, ed espropria
              - attribuendosi un autonomo potere di
              sospensione della gestione di cui non c’è traccia
              nella nostra Costituzione – la funzione legislativa
              del Parlamento di deliberazione dei saldi
              e della composizione del bilancio, fondamento
              della democrazia.
              Di fronte a tanta incuria per le sorti del risanamento
              finanziario operato con i sacrifici di
              tutti i cittadini, si sarebbe potuto sperare che
              la Finanziaria fosse almeno ricca di misure per
              lo sviluppo economico. Invece no. Una scure
              si abbatte su tutto il quadro di incentivazione
              alla occupazione e agli investimenti. L’accanimento
              è particolarmente forte sulle imprese,
              tra dimezzamento degli incentivi a fondo perduto
              e riduzione dei fondi per la 488, senza
              menzionare le risorse già sottratte al sistema
              imprenditoriale con la revoca della Dit, della
              Superdit, della deducibilità delle svalutazioni,
              del credito di imposta per i nuovi assunti. Il
              Sud – a cui con il Patto per l’Italia erano stati
              promessi mari e monti, tra cui la cumulabilità
              del credito d’imposta per i nuovi investimenti
              con la Tremonti bis – vede dimezzati, rispetto
              allo scorso anno, gli stanziamenti, con un livello
              ipotizzabile di spesa aggiuntiva prossimo
              allo zero e con la scomparsa dei contratti di
              investimento.
              L’elemosina elargita per la riforma degli ammortizzatori
              sociali (1.400 miliardi di vecchie
              lire quando ne occorrerebbero, solo per partire,
              5.000), peraltro oscura nella sua scalettatura
              temporale, fa il paio con l’assenza di ogni
              attenzione per i lavoratori atipici e con l’assorbimento
              nel calderone delle spese scoperte del
              le risorse stanziate per portare le pensioni minime
              a un milione al mese. Tagli per scuola e
              università, la prima costretta a incrementi del
              rapporto medio alunni-classi, al ricorso al
              «maestro prevalente», alla riduzione dei collaboratori
              scolastici e del personale fuori ruolo,
              la seconda resa incerta perfino della possibilità
              di pagare gli stipendi dei docenti. Per non dire
              della ricerca scientifica e tecnologica, già crollata
              a una percentuale di spesa al di sotto
              dell’1% del Pil, destinata ulteriormente a peggiorare.
              A tutto ciò aggiungiamo la stretta che piombe-
              rà sulla sanità (almeno 300 ospedali dovranno
              chiudere, al di fuori di un qualunque serio
              piano di razionalizzazione della struttura) e
              quella che si riverserà su Comuni e Regioni,
              per i quali, mentre si decurtano i trasferimenti,
              viene disposto il congelamento dell’addizionale
              Irpef con inevitabili ripercussioni su
              quantità e qualità dei servizi offerti (dai trasporti
              alla pulizia delle strade), sui programmi
              di assistenza ai cittadini più bisognosi, sull’adeguamento
              contrattuale del proprio personale.
              Del resto, è la pubblica amministrazione più
              in generale – nella sua sfera decentrata come
              in quella nazionale – che viene concepita solo
              come dimensione da «contrarre» e come fonte
              di pure e semplici «economie». La sua qualificazione
              non conta nulla, anzi è meglio spingerla
              alla dequalificazione e al depotenziamento,
              quadro entro cui va letto anche il trattamento
              che si riserva al pubblico impiego, fatto
              di insufficienti risorse salariali e blocco del
              turnover e delle assunzioni.
              Anche la sbandierata riduzione dell’Irpef sarà
              più che sovrastata dal taglio dei servizi e della
              spesa sociale, il killeraggio dei quali è «devoluto»
              - questo sì! – proprio agli enti locali. Per di
              più, la riduzione è, in realtà, una semplice
              restituzione del «maltolto»: il suo ammontare,
              infatti, corrisponde a malapena alla somma
              del fiscal drag non restituito (circa 7.000 miliardi
              di vecchie lire in totale per il 2001 e per il
              2002) e degli effetti della contrazione delle
              aliquote già deliberata dal centro-sinistra e sospesa
              dall’attuale governo (per altri circa 5.000
              miliardi). Ma c’è dell’altro: tale «restituzione»
              viene finanziata con scandalose operazioni di
              condono e proroghe di condoni che beneficeranno
              gli evasori e suoneranno come un insulto
              ai cittadini onesti. Inoltre, la riduzione, configurandosi
              come «primo modulo» della delega
              fiscale in discussione al Senato – che prevede
              un esito di due sole aliquote, la maggiore al
              33% per i redditi da 100 mila euro in su -costituisce
              il solo modesto beneficio che andrà
              ai redditi più bassi, ai quali, negli anni successivi,
              nulla sarà più dato: al termine del periodo
              di esercizio della delega l’80% dei benefici totali
              sarà acquisito dal 20% dei contribuenti più
              ricchi e il 50% addirittura dal 2% super ricco.
              D’altro canto, molti non avranno nemmeno
              un modesto vantaggio: gli oltre 4 milioni di
              "incapienti" drammaticamente poveri, parte
              del ceto medio lavoratore dipendente il quale
              intanto sarà costretto addirittura a pagare di
              più e solo successivamente, e con tutta la macchinosità
              del caso, potrà valersi della «clausola
              di salvaguardia», clausola che costituisce l’ammissione
              dell’inganno in agguato.
              Dunque, questo insieme di misure non garantirà
              né rigore né sviluppo ed anzi prepara un
              futuro di declino e di degrado. Non si tratta
              solo di imperizia tecnica e nemmeno di promesse
              mancate o furbescamente (cioè apparentemente)
              mantenute in un gioco elettoralistico
              senza fine. C’è un disegno che avanza,
              basato su un paradigma che affida lo sviluppo
              solo ad automatismi, come la detassazione, e
              all’esaltazione degli animal spirits di mercato.
              Un paradigma che deresponsabilizza l’operatore
              pubblico, non ha a cuore la competitività
              ma solo i redditi dei rentiers (di grande e di
              piccolo cabotaggio), dilapida un prezioso
              quanto fragile patrimonio ambientale e culturale,
              divarica il Sud dal Nord, ferisce l’etica
              pubblica e il senso civico, frammenta e corporativizza
              la struttura sociale nel momento stesso
              in cui ne mortifica le istanze di giustizia.