La malattia più temuta: disoccupazione

04/03/2004


  economia e lavoro




giovedì 4 marzo 2004
La malattia più temuta: disoccupazione
Ricerca europea: i cittadini hanno paura di perdere il lavoro. Cgil: in Italia a rischio 207mila posti

Laura Matteucci

MILANO Crisi industriale, crescita zero. L’Italia che affonda significa innanzitutto
occupazione a rischio: sono oltre 200mila posti che potrebbero saltare nei prossimi mesi. Ed è proprio la disoccupazione, secondo un rapporto della Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, la causa che più di tutte può minare la qualità della vita, secondo gli italiani come anche per la maggior parte dei paesi Ue. Buon lavoro uguale benessere, questo il dato più significativo che emerge dalla ricerca.
Per l’Italia, un’equazione che assomiglia sempre più ad un miraggio. «Nel nostro paese, sono oltre 200mila i posti di lavoro a rischio, e solo negli ultimi 30 giorni sono transitate dalla presidenza del Consiglio vertenze per oltre 8.500 lavoratori». L’allarme parte dalla segretaria confederale della Cgil Carla Cantone, che illustra le rilevazioni effettuate regione per regione, da cui risultano solo negli ultimi sei mesi circa 1.500 aziende interessate a cassa integrazione, mobilità, licenziamenti, con circa 105mila lavoratori direttamente
coinvolti, cui si devono aggiungere altri 35mila a rischio tra quanti operano
nell’indotto e gli stagionali. Dall’automobile al tessile, dalla multinazionale
alla fabbrichetta di medie e piccole dimensioni, il conteggio di dismissioni,
mobilità, ricorsi alla cassa integrazione e ai licenziamenti continua ad aumentare. Persino le aziende dall’alto valore aggiunto tecnologico e scientifico navigano in pessime acque, come la Ferrania in Valbormida o la Pharmacia appena fuori Milano.
Ai dati generali, dice ancora Cantone, vanno aggiunti i posti di lavoro già persi e quelli a rischio in molti distretti industriali (22mila nel tessile-meccanico in Lombardia, 5mila a Biella, 3mila a Modena), e i 9mila messi in pericolo dai casi Parmalat e Cirio. Se a tutto ciò si aggiungono le difficoltà che attraversano aziende del peso di Fiat, Enichem, Pirelli, Alitalia, Ilva (solo qui, 6mila
L’ultima è di ieri: il 50% del personale dello stabilimento di Melfi (Potenza) della Fiat sarà collocato in cassa integrazione ordinaria per una settimana dal prossimo 29 marzo: 2.300 persone in cassa integrazione a causa della riduzione delle commesse.
È per questo che Cgil, Cisl e Uil – spiega Cantone – nello stabilire l’agenda delle priorità sulle quali incalzare il governo, hanno indicato «al primo posto sviluppo e occupazione». Ma invocare una politica industriale non basta: il protocollo firmato con Confindustria lo scorso anno «va bene, ma non basta più», avverte la dirigente della Cgil. «Dobbiamo avere il coraggio di indicare le priorità in ogni settore produttivo, altrimenti le scelte le impongono le aziende, i poteri economici forti, le multinazionali, i paesi più potenti, autorevoli e competitivi in Europa e nel mondo».
Non bastasse, al problema occupazione va aggiunto il problema salari. La retribuzione media per dipendente, nel corso del 2003, è rimasta nettamente al di sotto dell’inflazione. Anche di quella ufficiale. Più 2,1 per cento contro il 2,7. E nei servizi, cioè l’unico settore dove l’occupazione cresce, l’incremento è stato ancora più basso: più 1,5 per cento. Posti sempre più a rischio, insomma, e per chi il lavoro ce l’ha, potere d’acquisto in caduta libera.
Eppure, è proprio il lavoro che, per italiani ed europei, incide maggiormente sulla qualità della vita. Questo, almeno, è quanto risulta dall’analisi della Fondazione europea per il migliora mento delle condizioni di vita e di lavoro
(presentata ieri a Bruxelles), che hanno dedicato al tema sette studi analitici
e vari sondaggi realizzati nei 28 paesi dell’Ue e in via di adesione. Seguono,
con un buon margine di scarto, l’alloggio (5 paesi lo mettono al primo posto),
l’essere utili agli altri (in testa in Danimarca, Grecia e Cipro) e il tempo libero o le vacanze (primo posto in Olanda, Svezia, Portogallo e Finlandia).
A confermare l’equazione lavoro-benessere è anche la diffusa opinione
- registrata in 20 dei 28 paesi presi in esame – che la disoccupazione è la prima
tra le cause che possono minare o ridurre la qualità della vita.
La disoccupazione di lunga durata, per la maggioranza degli europei, precede l’alcolismo, le malattie, il divorzio e la dipendenza dalle droghe, nella lista delle
principali cause di povertà e di conseguente deterioramento degli standard
di vita.
Per gli italiani, i tre elementi determinanti per il benessere sono il lavoro,
l’alloggio e l’istruzione. Nel complesso, a dirsi soddisfatto della propria vita è
l’81% degli italiani (in dettaglio il 70% è abbastanza soddisfatto e l’11% molto
soddisfatto). Si tratta di uno dei livelli meno elevati dell’Ue-15, davanti soltanto
al Portogallo (73%) e alla Grecia (71%). Ai primi posti, invece, la Danimarca
(97%) e l’Olanda (95%).
La percentuale di soddisfazione degli italiani si allontana dagli standard europei per quanto riguarda l’impiego (68% contro 73%), il reddito (62% contro 67%) e l’alloggio (89% contro 92%). La differenza si fa particolarmente marcata se si considera la soddisfazione in merito alla sicurezza personale (70% contro 82%) e al sistema sanitario (27% contro 54%).