La lunga marcia verso il Sì

22/04/2003






            20 Aprile 2003
            La lunga marcia verso il Sì
            Il 6 maggio la Cgil deciderà sul referendum estensivo dell’art. 18. Gli appelli delle strutture territoriali e di categoria indicano un impegno per la vittoria del Sì e il raggiungimento del quorum

            LORIS CAMPETTI
            Prima le Camere del lavoro, poi le strutture regionali, le categorie territoriali e infine quelle nazionali – segretari generali compresi. Sta crescendo nella Cgil un movimento che travalica la minoranza di «Lavoro società-cambiare rotta» (da sempre schierata), a favore di un impegno dell’organizzazione per il Sì al referendum per l’estensione dell’articolo 18, oscurato da giornali e televisioni ma ben presente nelle priorità di chi da due anni si batte per la difesa e l’estensione dei diritti dei lavoratori. Gli ordini del giorno spediti via fax e posta elettronica alla sede nazionale di corso d’Italia a Roma hanno tutti lo stesso tenore. L’ultimo è arrivato venerdì da «Vercelli e Valsesia» e si conclude così: «Il direttivo della Camera del lavoro chiede alla Cgil nazionale di indicare nel prossimo direttivo nazionale con all’ordine del giorno il referendum sull’articolo 18, la partecipazione al voto e di votare Sì». Nel frattempo, i vercellesi annunciano che comunque loro si attiveranno «per la campagna referendaria in tutti i luoghi di lavoro e non, affinché prevalgano i Sì». Accanto alla Fiom, il sindacato dei metalmeccanici che fin dal primo giorno si è impegnato nella raccolta di firme per il referendum, si è già schierata la Flai ed è attesa un’analoga decisione da parte della Funzione pubblica e della Scuola. Ma per avere una presa di posizione ufficiale di tutta la Cgil bisognerà attendere il direttivo nazionale del 6 maggio, la sede istituzionale nella quale la discussione tesa e tutt’altro che scontata interna all’organizzazione (e alla sua segreteria nazionale) si concluderà con un voto. Un voto che difficilmente sarà unitario, se è vero che un quarto della confederazione è contrario a dare indicazione netta per il Sì all’estensione dell’articolo 18 a tutti i lavoratori dipendenti. Di questo quarto della Cgil fanno parte i «fassiniani», presenti soprattutto tra i pensionati dello Spi, ma anche l’ala destra dei «cofferatiani» che da un po’ di tempo tendono a smarcarsi dall’ex segretario, anche se sulla guerra la confederazione guidata da Guglielmo Epifani si è mossa con convinzione e in modo abbastanza unitario. Non è così, invece, sull’articolo 18, dove lo scontro politico è più acceso.

            Il rinvio della decisione al 6 maggio – c’era un’ipotesi, poi superata, che già la segreteria del 23 aprile prendesse posizione – ha qualcosa a che vedere con le dichiarazioni alla Stampa di ieri di Sergio Cofferati: non dirò la mia prima della Cgil, per evitare ogni speculazione politica. La discussione interna, comunque, non riguarda tanto il se ma il come pronunciarsi a favore del Sì al referendum. Sarebbe difficilmente comprensibile una posizione diversa, per gli oltre 5 milioni di italiani e italiane che hanno aderito alla raccolta di firme promossa dalla Cgil per la difesa e l’estensione a tutti dei diritti garantiti dall’articolo 18. E’ vero che l’iniziativa referendaria è stata promossa da soggetti diversi; è altrettanto noto che l’impegno principale della Confederazione di corso d’Italia è stato e resta legato al terreno legislativo; ma è altrettanto ovvio che ben difficilmente una maggioranza parlamentare schiacciante, intenzionata a cancellare i diritti esistenti, sia disposta a varare una legge nel senso voluto dalla Cgil e dai promotori del referendum estensivo. Così come è naturale, per chi fa sindacato, non disperdere ma valorizzare il patrimonio di lotte costruito in due anni di battaglie, che un anno fa ha portato tre milioni di persone al Circo Massimo in difesa dei diritti, e non solo per chi li ha già, ma legge dopo legge li sta perdendo.

            Una vittoria del Sì al referendum segnerebbe un’importantissima inversione di tendenza in materia di diritti del lavoro, sarebbe un bastone tra le ruote della politica liberista del governo Berlusconi. E siccome l’arma scelta dalla Casa delle libertà – nonché dall’ala sedicente riformista dell’Ulivo – per impedire questo esito è il boicottaggio del voto, finalizzato al non raggiungimento del quorum, è prevedibile che il direttivo nazionale della Cgil, il 6 maggio, non si limiterà a decidere per il Sì, sia pure con una minoranza che voterà contro, ma si impegnerà in una sua conseguente e autonoma campagna referendaria.