La lunga marcia del lavoro

06/10/2003






 
   



05 Ottobre 2003
POLITICA




 


La lunga marcia del lavoro
Cuore democratico d’Europa Da tutto il continente oltre centomila lavoratori e pensionati contro l’Europa dei padroni, per l’Europa sociale. E in difesa delle pensioni, del welfare e dei diritti per tutte le persone. Il bersaglio preferito è Berluscono, eurospernacchiato in tutte le lingue. Cgil, Cisl e Uil ritrovano l’unità. Senza fischi


LORIS CAMPETTI
ROMA
Quando il «compagnero» Candido Mendez, presidente della Confederazione europea dei sindacati, conclude il suo appassionato intervento sull’Europa che vorremmo e sulla riforma Berlusconi che invece proprio non vorremmo, un lungo applauso suggella una bella giornata di protesta continentale. Sembra di sentire il sibilo del sospiro di sollievo che il vento porta verso l’alto, mentre gonfia bandiere e striscioni che riempiono piazza del Popolo. Sollievo, perché la manifestazione è andata molto bene, per l’impegno di Ces, Cgil, Cisl e Uil nell’organizzarla, certo; ma anche in risposta all’ultimo, odioso schiaffo di Berlusconi ai lavoratori, ai sindacati, all’opposizione sociale e politica italiana, presentandosi come la punta di diamante dell’attacco europeo al diritti, al welfare e al reddito di chi lavora e ancor più di chi dal lavoro è espulso, escluso o marginalizzato. Non saranno 250 mila persone, come dice un po’ pomposamente la speaker dal palco, ma centomila ci sono tutti. Sollievo, perché di fischi a Savino Pezzotta e a Luigi Angeletti se ne sono sentiti ben pochi: l’ordine è passato, forse neppure sarebbe stato necessario spedire dall’alto il messaggio «guai a chi contesta il segretario della Cisl». Tutti sanno che il momento è molto delicato, e che la Cisl sta pagando («ben gli sta», brontala il settario portuale veneziano che tiene ben alta la bandiera rossa della Cgil), con i ripetuti schiaffi del governo, lo sciagurato Patto per l’Italia; sanno che lo sciopero generale sulle pensioni del 24 è solo l’inizio di una battaglia lunga e difficile, non sarebbe male portarla avanti unitariamente, «se possibile», precisa lo stesso brontolone. Dunque, è soprattutto l’applausometro a dire con chi sta la maggioranza della piazza europea romana, e l’applausometro promuove Guglielmo Epifani, accolto da una vera ovazione. Nessun fischio, dunque, solo qualche brontolio lungo il corteo e in piazza per ricordare a Pezzotta il fatto, anzi il misfatto, per la precisione il Patto. Ma ascoltiamo Epifani: «Già oggi un ministro ha detto che si potrebbe dialogare con qualche sindacato. Vorrebbero dividerci di nuovo, ma qui nessuno è scemo. Il treno – grida il segretario della Cgil sul palco, e non è necessario che volti la testa per guardare negli occhi i suoi colleghi – non passa mai due volte per la stessa stazione, sugli stessi binari».

Il locale (italiano) e il globale (europeo) si incrociano fino a combaciare. Nei contenuti, la rivendicazione dell’Europa sociale espulsa dai palazzi blindati dell’Eur e dalla bozza di Costituzione; negli spezzoni del lungo serpentone di tutti i colori dell’arcobaleno (bandiere della pace incluse) che ha avvolto nelle sue spire il centro di Roma, «oggi capitale europea dei lavoratori», come dice Candido Mendez. Dallo striscione dei lavoratori della Greek Telekom (quella che con l’Italia ha messo le mani su Telekom serba), a quello dei pensionati di Novellara, o dei ciggiellini di Ascoli Piceno. I problemi degli operai sloveni che fanno cantare per tutto il percorso rumorosissime cicale di legno sono gli stessi, ma drammatizzati, dei problemi dei meccanici brianzoli. E’ un corteo tutt’altro che spento, in alcuni tratti allegro e vivace, in altri imbronciato. Ma è un corteo un po’ affaticato per l’età non giovanissima dei partecipanti. Il fatto è che i ragazzi, i più giovani sia studenti che operai sono all’altro corteo, quello dell’Eur. Di cui sul palco non si parla, se non sottovoce dietro gli oratori. Ne parlano però le persone che sfilano. Come il pensionato di Genova che vuole sapere dal cronista se ci sono scontri, «perché quello scapestrato di mio figlio sta con i disobbedienti. Però quelli lì vogliono le stesse cose e la stessa Europa per cui ci battiamo noi». Questo concetto è chiarissimo a chi sceglie di far la spola tra i due cortei, cosa non semplicissima in una città blindata. Gianni Rinaldini, un foulard rosso della Fiom di Bologna al collo, a metà corteo ci saluta per far rotta sull’Eur. Sul palco, invece, verso la fine dei comizi si fa largo Paolo Nerozzi reduce dal corteo dei movimenti. E’ una scelta, la loro, più che una scelta un seme che tutti dovranno annaffiare per arrivare meglio alle prossime puntate: domenica prossima la marcia per la pace, poi il 24 per le 4 ore unitarie di sciopero sulle pensioni, il 7 novembre per lo sciopero e la manifestazione a Roma dei metalmeccanici della Fiom (perché l’unità è importante, ma in qualche caso «impossibile se chi marcia con te a un certo punto esce di scena e entra in un’altra scena»). E dopo il 7 novembre potrebbero esserci nuove sorprese.

Ci sono parlamentari italiani ed europei con la Ces: da Fausto Bertinotti a Piero Fassino, da Pecoraro Scanio a Diliberto, a tanti altri. C’è Luisa Morgantini reduce da Gerusalemme e in partenza, anche lei, per l’Eur. Se Pezzotta dice che «Maroni non cerca il dialogo ma il monologo sociale», anche i riformisti sono costretti ad attaccare senza mezze misure il governo, e nel corteo i riformisti non mancano. I più «incazzati con Berlusconi» sembrerebbero essere i militanti della Uil sarda, decisamente pesanti nei confronti della mamma del Cavaliere. I pensionati abruzzesi della stessa organizzazione invece cantano in coro «la montanara ué» di cui i portoghesi della Ugt non capiscono una parola ma si divertono, quasi come i belgi che simulano cariche selvagge.

Molto apprezzata la parte dell’intervento di Pezzotta sull’Europa, applausi quando chiede che nella Costituzione venga riportata senza correzioni la frase che è scritta nella Costituzione italiana: «L’Europa ripudia la guerra». Perché la Cisl, presente in forze, «ha la bandiera a strisce ma senza stelle», mi urla dandomi di gomito un vecchio amico fimmino. Quella delle pensioni, per il leader della Cisl, è una «controriforma» e il governo «non rispetta i patti», ma questa seconda dichiarazione non suscita entusiasmi, forse perche «i patti» ricordano troppo «il Patto». La ferita sanguina ancora. Dopo l’intervento in tre lingue del segretario generale della Ces, John Monks che ha portato ai lavoratori italiani «in lotta contro Berlusconi» tutta la solidarietà dei sindacati europei, e dopo Pezzotta e Angeletti (anche il segretario della Uil ha parlato), la parola è passata a Epifani: stessi diritti, ha detto, per ogni europeo «e per ogni persona che viene a lavorare in Europa». L’Europa che ha in mente Epifani assomiglia molto a quella rivendicata nell’altro corteo. Anche all’Eur (fuori, non dentro) pensano infatti che i 12 milioni di iscritti ai sindacati nel nostro continente «non sono un accidenti della democrazia, sono la democrazia». Si avvicina Emilio Gabaglio, fino a pochi mesi fa segretario generale della Ces: «Voi del
manifesto ci seguite molto bene. Però, perché continuate a scrivere "la timida Ces"? Cosa c’è che non va di questa piazza». Niente, Emilio, va bene così. Lo diciamo con una qualche timidezza. E lui aggiunge che bisogna tener d’occhio anche i giovani che sono in un altro corteo. Dove si va senza i giovani?