La locomotiva tedesca stacca il treno italiano

08/05/2006
    luned� 8 maggio 2006

    Pagina 11- Primo Piano

    RIPRESA A DUE VELOCIT� IL TRADIZIONALE LEGAME TRA LE DUE ECONOMIE NON � PI� STRETTO COME UN TEMPO

      La locomotiva tedesca
      stacca il treno italiano

        Berlino ha spostato i canali commerciali verso i Paesi dell’Est

          dossier
          CARLO BASTASIN

            l vero test sul declino italiano � in corso in queste settimane. Se la crescita nel nostro paese riuscir� a restare agganciata a quella europea, allora con molta probabilit� l’Italia dimostrer� di poter conservare il suo ruolo nella produzione globale pur avendo rinunciato all’arma della svalutazione.

              Gli ultimi dati sugli ordini industriali, anche quelli dall’estero, sono incoraggianti e il governatore Mario Draghi ha indicato nel traino della ritrovata locomotiva tedesca le ragioni dell’ottimismo. Se il vagone italiano rester� agganciato – � il ragionamento – qualunque sia il governo, l’Italia potr� riprendere il ciclo delle economie europee dopo aver vissuto negli ultimi 4 anni, in parallelo con la Germania, l’andamento piatto della crescita zero. Attualmente Francia e Germania contano per oltre il 25% del nostro export e la sola Germania fornisce il 17% del nostro import. Ora che Berlino torna a crescere l’Italia dovrebbe seguire. Non � forse questo il senso di appartenere a un’area economica molto integrata come quella dell’euro? Purtroppo non possiamo esserne certi.

                Ci sono ragioni infatti per dubitare che il legame tra la tradizionale locomotiva europea e la nostra economia sia rimasto quello degli anni Ottanta quando, attraverso gli intensi scambi commerciali, ogni punto di crescita in pi� dell’economia tedesca si traduceva direttamente in un aumento dello 0,3% di quella italiana. Il percorso che ha portato infatti la struttura produttiva della Germania a uscire dalla recessione ha dato luogo a trasformazioni che mettono in questione il ruolo dell’Italia come partner economico: il mercato dei subfornitori dei gruppi tedeschi si � spostato verso l’Est Europeo e il lontano Oriente, mentre una parte crescente dell’economia si sta spostando dalle produzioni industriali a tecnologia medio-alta, verso i servizi e verso produzioni a tecnologia pi� sofisticata per le quali l’Italia potrebbe non avere il livello di qualit� tecnologica necessario.

                  Il cambiamento dell’industria tedesca � in corso gi� da dieci anni. Dal ’95 la quota dell’Italia nelle esportazioni mondiali � passata dal 4,6% al 2,7% mentre quella tedesca � aumentata dal 10,3% all’11,7%: queste cifre sembrano segnare il distacco dei due sistemi produttivi. Tra il ’95 e il 2000, il 30% delle subforniture tedesche sono state spostate all’estero, questo processo ha provocato nei cinque anni successivi una riduzione del costo relativo del lavoro tedesco del 24% rispetto a quello italiano. Mentre la Germania tornava primo esportatore mondiale, l’Italia perdeva terreno negli scambi bilaterali (-10%) che dal 2001 sono finiti in passivo.

                    Secondo la Banca d’Italia, gi� durante la fase espansiva europea dal 1993 al 2000 l’industria italiana aveva accumulato un ritardo di crescita della produzione industriale di cinque punti percentuali sulla media dell’area euro. Il divario si � ampliato di altri otto punti successivamente. Dal 2003 l’industria europea � in ripresa, mentre in Italia ha seguitato a perdere terreno e la crisi � maggiore per i settori che vendono all’estero pi� del 40% del fatturato. Nel 2005 le produzioni esposte alla concorrenza dei paesi emergenti, tessile, abbigliamento, pelli e calzature, in flessione dall’inizio del decennio, sono scese nell’anno di circa il 7%, ma la crisi ha investito anche settori a pi� elevata tecnologia. Anche se i dati aggregati della crescita tedesca sono stati molto simili a quelli italiani negli ultimi cinque anni, la stagnazione ha avuto un significato diverso nei due paesi: in Germania ha corrisposto a un riposizionamento del sistema industriale che ha dovuto sacrificare posti di lavoro tradizionali, esportare produzioni a basso valore aggiunto, tagliare costi e investire su produzioni nuove. In Italia si � trattato, tranne poche e notevoli eccezioni, di un ritiro dalle produzioni tradizionali verso attivit� protette nel settore dei servizi non innovativi.

                      Dalla differenziazione dei settori di attivit� dei due paesi viene il vero rischio di distacco dell’Italia. Negli ultimi anni infatti la produzione in Germania si � gradualmente spostata su attivit� basate sulla conoscenza, poco diffuse in Italia. Un osservatore interessato come Deutsche Bank parla di un fenomeno di �importazione di investimenti ad alta tecnologia�. Le novit� pi� interessanti riguardano i Nuovi Laender. Attorno a Berlino e all’universit� di Cottbus si � sviluppato un distretto dell’avionica che occupa quasi 20mila dipendenti, Rolls Royce vi ha portato i motori per aerei che produceva a Derby. La nuova industria farmaceutica si sta concentrando in Sassonia. Le produzioni pi� semplici vengono dislocate all’estero, mentre quelle a maggior intensit� di capitale e di tecnologia vengono rimpatriate. Sono stati creati 6mila posti ad alto valore aggiunto affiancando la regione di Dresda a quella di Monaco dove gli stranieri sono gi� presenti: la svizzera Roche sta investendo 420 milioni a Penzberg, mentre l’americana Pfizer punta su Illerstein. In questo clima, Bayer e Schering hanno deciso di fondersi �per riportare la Germania in vetta alla ricerca farmacologia mondiale�.

                        In pochi anni Dresda � diventata il primo polo europeo della microelettronica, tra i primi cinque nel mondo, supportata dalle ricerche sui semiconduttori nelle scuole tecniche della regione a Dresda, Freiberg e Chemnitz. Anche in questo caso si � ricreato uno storico legame tra Sassonia e Baviera. La regione di Monaco compete con i paesi dell’Est o la Cina perch� l’alto costo del lavoro incide solo per il 5% su produzioni che in Germania sono molto automatizzate. Il costo del lavoro � meno ammortizzabile nell’automotive, cos� le produzioni materiali vengono spostate sempre pi� all’estero. La creazione di valore interna � scesa a solo il 25% del totale, ma al tempo stesso perfino Cina e Corea portano in Germania le attivit� di ricerca e sviluppo e di marketing per l’Europa. Cos�, nonostante tutte le difficolt�, dal ’94 l’occupazione del settore auto � aumentata di oltre il 20%. Gli standard locali diventano poi standard applicati anche in Asia dando un vantaggio ai produttori europei. General Electric ha investito a Garching, vicino all’ultimo reattore nucleare, 52 milioni di dollari per un centro di ricerca globale. A Tuttlingen puntano a diventare leader mondiali nella tecnologia medica e ambizioni analoghe in altri settori hanno Aquisgrana e Braunschweig. Piccoli centri di provincia che si fanno largo nella grande mappa dell’economia globale.

                          I ritardi nelle tecnologie di punta – come nanotecnologie e Ict – sono difficili da recuperare, ma lo spostamento delle produzioni verso l’high-tech consente alla Germania di non patire troppo gli svantaggi del costo del lavoro, alti salari ed elevata sicurezza sociale, che pure la vedono nella classifica della Banca mondiale (�Doing Business 2006�) al 131� posto su 155 paesi. Nei settori avanzati il costo del lavoro in media incide tra il 5 e il 30% dei costi di produzione. Lo spostamento delle attivit� ad alto valore in Germania si vede nel settore della meccanica dove in 20 anni la quota di ingegneri sul totale degli occupati � raddoppiata (quasi un lavoratore su cinque).

                            Solo nel 2005, le prime 30 imprese tedesche hanno accumulato una disponibilit� di 130 miliardi di euro per acquisizioni anche internazionali. Una stima forse per difetto se nei primi mesi del 2006 sono gi� state avviate alla Borsa tedesca fusioni per 70 miliardi. Un tempo buona parte sarebbe andata verso Francia e Italia. Oggi non sta avvenendo. Qual � allora il ruolo dell’Italia nel riposizionamento della Germania verso la tecnologia? La ripresa degli ordini industriali dimostra che un ruolo resiste ancora nelle produzioni tradizionali. Ma sulle nuove produzioni, dall’high-tech al terziario avanzato, spostato nell’Est Europa, il rischio � che la nostra economia diventi meno complementare a quella tedesca. La Baviera che si sposta verso la Sassonia anzich� verso il Veneto; il Baden-Wuerttemberg che punta direttamente alla Cina o agli Stati Uniti anzich� al Piemonte e alla Lombardia, come in passato; la Polonia che offre 14 enclave fiscali come Kostrzyn-Slubice, a pochi chilometri da Berlino; tutti questi sono segnali da cogliere prima che sia troppo tardi.