La lite prima del compromesso: Maroni attacca An e se ne va

04/02/2004


MERCOLEDÌ 4 FEBBRAIO 2004

 
 
Pagina 3 – Economia
 
 
IL RETROSCENA


Grande tensione durante il Consiglio dei ministri che ha varato l´Authority del risparmio

La lite prima del compromesso
Maroni attacca An e se ne va
Berlusconi ricuce:"Ma Roberto, resta qui…."

          Battibecco del titolare del Welfare con il ministro dell´Agricoltura, Alemanno. Il premier: "Questo nuovo testo mi sembra buono"
          Tremonti. "Sulle sanzioni non possiamo dire che il sistema in questi anni ha retto". Alla fine lungo colloquio con Fini

          CLAUDIO TITO


          ROMA – «Ma no Roberto, non hai capito. Dove vai?». Il Roberto in questione è il ministro leghista del Welfare Maroni. E a richiamarlo, mentre raccoglie le sue carte e lascia Palazzo Chigi, è Silvio Berlusconi. La riunione del consiglio dei ministri di ieri ha avuto momenti di tensione. A volte anche acuta. E in uno di questi, dopo un battibecco con il titolare dell´Agricoltura, Gianni Alemanno, Maroni ha imboccato la via d´uscita. La sua reazione probabilmente è stata innescata dallo scontro di lunedì sulle pensioni. Sta di fatto che il Cavaliere è rimasto assolutamente interdetto. Non tanto per la reazione dell´esponente leghista, ma perché il testo sull´Authority per il risparmio si stava sempre più rivelando un compromesso. Che accontentava più il ministro dell´Economia, Giulio Tremonti, che l´asse An-Udc. Più Bossi, insomma, che Fini e Buttiglione. Tant´è che lo stesso leader leghista ha poi smentito il suo ministro.
          Eh sì, perché dopo la brusca frenata della scorsa settimana, ieri il premier ha corretto la rotta. Si è messo in una posizione di mediazione che ha spiazzato gli alleati del cosiddetto "sub-governo". Come ha commentato il centrista Buttiglione dopo il via libera del provvedimento, «questa volta Berlusconi non sembrava esattamente la stessa persona rispetto a Tremonti. Ma certo non si è messo vicino a noi». Insomma un "pareggio" che ha modificato sensibilmente la versione originaria proposta dal Tesoro. Ma con più di una concessione alla linea "dura".
          «Lo dico a tutti – sono state le parole di Berlusconi che più di una volta ha interrotto gli oratori chiedendo spiegazioni e puntualizzando – questo nuovo testo mi sembra buono. Condivisibile da tutti. Del resto un segnale dobbiamo darlo agli investitori internazionali e ai risparmiatori. Ma senza colpire le nostre imprese». Il suo ragionamento è partito da una premessa: «attenzione ai troppi controlli e alle sanzioni troppo alte. Rischiamo una Tangentopoli bancaria, rischiamo di aprire dei varchi pericolosissimi, una caccia alle streghe. Io vi parlo da imprenditore, conosco bene le difficoltà che incontrano le aziende. Non si possono mettere troppi vincoli agli imprenditori». Il suo timore è che «nessuno investa più in Italia. In questo momento non ce lo possiamo permettere».
          Il confronto, però, è stato serrato. Le due linee si sono contrapposte fino alla fine. Lo stesso Tremonti ha difeso fino all´ultimo la sua impostazione assestando più di un colpo alla Banca d´Italia. «Dal punto di vista della repressione – ha attaccato – non è che davanti all´opinione pubblica si possa dire che il sistema si reggeva. La gente vuole il sangue e noi dobbiamo dare una risposta forte, aumentare le sanzioni». Ancora più netto è stato sui ruoli di Palazzo Koch e della Consob. «Questo non è stato il migliore dei mondi possibili. Non sempre il compito è stato svolto correttamente. Io non voglio umiliare nessuno, ma se adesso alla Banca d´Italia oltre alla vigilanza diamo anche il controllo sulla concorrenza, figuriamoci che succede…». Dello stesso tenore le osservazioni di Maroni che ha parlato a chiare lettere di «riserve» sulla nuova formulazione del provvedimento: «noi vogliamo un´ Authority unica».
          Sul fronte opposto Buttiglione e Alemanno. Il ministro centrista ha puntato l´indice sulle sanzioni. «Bisogna precisare le fattispecie – si è lamentato – non possiamo lasciare tutto nel vago. Altrimenti la conseguenza è chiara: le banche che devono dare fiducia e finanziamenti alle imprese, finiranno per strangolarle al solo scopo di evitare di essere incriminate». Richiesta accolta: le fattispecie sono state definite e precisate pur lasciando la pena dei 12 anni di reclusione. Il titolare delle politiche comunitarie ha poi insistito affinchè la competenza sulla concorrenza fosse esclusiva della Banca d´Italia «sentita l´Antitrust». Richiesta assecondata da Alemanno che ha poi rivolto l´indice sulla divisione dei poteri: «concentrare tutto in una sola Autorità presenterebbe degli squilibri di democrazia e di efficienza». Isvap e Covip infatti sono rimaste autonome.
          Che si sia trattato di un "pareggio" nella sfida che ha opposto Via XX Settembre agli uomini di Fini e Follini, lo dimostra la formula adottata per assegnare la competenza sulla concorrenza bancaria: la Banca d´Italia e l´Antitrust dovranno agire congiuntamente. Il ministro dell´Economia avrebbe preferito trasferire tutto all´Authority guidata da Tesauro e gli altri all´Istituto di Fazio. A tirare le fila, poi, ci ha pensato il sottosegretario Letta che ha raccolto le indicazioni e poi ha chiuso la discussione: «mi sembra che sia stato trovato un punto di equilibrio».
          Allentata la tensione, Fini e Tremonti alla fine del consiglio dei ministri hanno parlato a lungo. Ma a questo punto la partita si giocherà in Parlamento. An e Udc, presi in contropiede dal riavvicinamento del premier al ministro dell´Economia, adesso rinviano il tutto all´esame della Camera. Un pacchetto di emendamenti è già pronto proprio per blindare il ruolo di Bankitalia. Nel frattempo un primo segnale lo hanno inviato: poco dopo l´approvazione del ddl, la maggioranza è andata vicino alla debàcle sulla legge Gasparri.