La lezione inglese – di E.Bettiza

04/04/2003

    4 aprile 2003







    La lezione inglese

    di Enzo Bettiza

    MENTRE è in pieno e drammatico corso l’attacco, forse definitivo, a Baghdad, tutti straparlano dell’America, sostenendo o criticando con buone o cattive ragioni l’amministrazione americana; ma non molti dedicano nelle televisioni e nei giornali lo spazio che meriterebbero la significativa presenza bellica inglese in Iraq e la politica estera inglese prima e ora durante lo scontro armato. Eppure l’Inghilterra, imbarcatasi in una guerra approvata dopo complesse e dilatorie manovre diplomatiche da Tony Blair, considerato una volta la stella polare delle sinistre europee, sta svolgendo al meglio sul campo il suo ruolo di alleato degli Stati Uniti: con notevole dignità, tradizionale abilità e il massimo di umanità possibile in un conflitto difficile come questo.

    Si notano anzitutto, rispetto agli americani, sensibili differenze di cultura strategica e politica nella condotta della guerra stessa. Si pensi soltanto a Bassora riflettendo su un precedente che potrebbe rivelarsi decisivo nell’assedio ormai iniziato di Baghdad. E’ nella seconda grande città irachena che si concentra il maggiore sforzo del non irrilevante esercito britannico. Se l’accerchiamento vi dura da troppi giorni, se le operazioni procedono troppo lentamente, ciò avviene perché le truppe impegnate, royal marines, «topi del deserto», commando speciali, stanno combattendo tre guerre in una volta sola: una di tipo convenzionale contro l’esercito regolare iracheno, l’altra di tipo «James Bond» contro le forze sommerse dei feddayn e degli spietati miliziani del partito Baath, la terza infine per la salvaguardia e la sopravvivenza della popolazione civile.

    La distruzione mediante bombardamenti è ridotta al minimo. L’assedio non è blindato, ma elastico, concedendo ai civili disimpegnati di uscire e rientrare con relativa facilità dalla città accerchiata. Le azioni di combattimento sono accompagnate da simultanei interventi umanitari (alimenti, medicinali, liquidi potabili per gli sventurati e i fuggiaschi). A tutto questo si aggiungono altri importanti fattori psicologici che gli americani trascurano o per ignoranza arrogante o per mancanza di tradizioni coloniali. Essi generalmente non parlano l’arabo e issano la bandiera a stelle e strisce nei luoghi conquistati. Gli inglesi, quando prendono un caposaldo, vi innalzano la bandiera irachena e instaurano il primo contatto con i civili locali mediante ufficiali che conoscono l’arabo. Non sono cose da poco.

    Sono operazioni e sono insieme simboli di una nuova concezione etica della guerra contro regimi tirannici. Perdipiù, sono anche simboli legittimanti, si perdoni il bisticcio, la legittimazione che a questa guerra ha voluto dare il governo laburista della più antica nazione democratica europea. Non va dimenticato poi che l’Iraq mesopotamico è stato fin dal 1920, fin dall’incoronazione sotto mandato britannico del primo re Feysal, un’invenzione tutta inglese, alla quale parteciparono personaggi leggendari come Lawrence d’Arabia, Churchill, l’archeologa e gran dama Gertrude Bell. Fatica al limite della fantapolitica poiché si trattava di mettere insieme, dentro un unico calderone monarchico, 150 tribù suddivise in circa 2000 clan e sottoclan.

    Qui abbiamo a che fare nel male e nel bene con un’esperienza imperiale d’eccezione, quella del colonialismo britannico, che seppe diventare in India e altrove colonialismo illuminato e poi fondersi nel complesso transcontinentale del Commonwealth. Il comportamento selettivo e politico dell’attuale armata britannica in Iraq è tutt’altro che casuale. Viene insomma da lontano. Diciamo queste cose non per criticare troppo l’America, né per lodare per contrappunto troppo la Gran Bretagna. Le diciamo per tracciare una differenza nella condotta della guerra, una differenza a suo modo europea, che ha già peso oggi e che certamente si rifletterà anche nella diplomazia britannica ed europea del dopoguerra. Le sinistre che ragionano, in Italia e in Europa, sanno benissimo che Tony Blair potrà avere un ruolo indispensabile e dirimente anche nella ricostruzione della pace dopo il conflitto.