“La lettera” Sbagliato forzare sull’articolo 18 Serve un nuovo sistema di garanzie – di Massimo D’Alema

18/03/2002






La lettera

Sbagliato forzare sull’articolo 18 Serve un nuovo sistema di garanzie


di MASSIMO D’ALEMA*

      Caro direttore, il presidente della Confindustria, coinvolto in modo sempre più concitato in una battaglia ideologica che snatura la sua funzione, ha più volte cercato di «reclutarmi» tra gli ispiratori e gli anticipatori delle norme governative contro l’articolo 18. Tutto ciò non è soltanto «inelegante» e sgradevolmente strumentale. È soprattutto basato su un’informazione errata o artefatta.
      In preparazione della Finanziaria del 1999/2000 noi avanzammo l’ipotesi che, tra le misure volte a favorire la crescita dimensionale delle imprese, vi fosse un adeguamento graduale della normativa prevista per chi supera i 15 dipendenti. La logica di queste misure avrebbe dovuto essere quella di consentire «un periodo di prova» alle imprese che volessero crescere. Al termine di questo periodo le aziende che si consolidavano nella nuova dimensione avrebbero adottato le norme previste, compreso lo Statuto dei diritti dei lavoratori.
      Il senso di quelle proposte era quello di aiutare le imprese e vincere la paura della soglia dei 15 dipendenti.

      *Presidente dei Ds

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      Quella sorta di tabù che costituisce in molti casi un impedimento ai progetti di allargamento delle dimensioni delle imprese stesse e di espansione dell’occupazione.
      Calcolammo allora che circa 90 mila imprese sono addossate alla frontiera dei 15 dipendenti e spesso si ricorre alla divisione artificiosa delle aziende in più entità o si favorisce la crescita di lavoro sommerso pur di non valicare la temuta barriera. Ma è altresì evidente che l’obiettivo nostro era di portare – sia pure dopo un periodo transitorio – centinaia di migliaia di lavoratori non tutelati nella fascia dei garantiti dallo Statuto dei lavoratori. Dunque allargando la tutela e riducendo le disuguaglianze in un mondo del lavoro oggi gravemente frantumato e diviso.
      Non si arrivò a un accordo su questa ipotesi sia per resistenze nel mondo sindacale, preoccupato dal pericolo che deroghe ed eccezioni indebolissero una difesa di principio dello Statuto, sia per le perplessità affiorate in un’area confindustriale allarmata dai rischi di distorsione della concorrenza che l’applicazione, sia pure transitoria, di normative diverse a imprese della stessa tipologia avrebbe potuto determinare.
      Certamente fu spiacevole dover rinunciare a misure che ritenevamo e continuiamo a ritenere positive, ma la logica della concertazione e del consenso comportano prezzi da pagare. Concertazione peraltro – è il caso di ripeterlo – dalla quale il Paese ha tratto in questi anni enormi vantaggi. Non solo perché ha consentito di battere l’inflazione e di avviare il risanamento finanziario, ma perché negli anni del centrosinistra si avviò – con le norme sul part-time, i contratti di formazione, il lavoro interinale – una politica di flessibilità negoziata e senza lacerazioni sociali.
      Ora si vuole bruscamente cambiare strada con gravi danni per il Paese, per i lavoratori e per le imprese. Per di più con proposte confuse, inique e controproducenti, assai diverse da quelle che noi formulammo.
      È evidente che le norme volute dal governo produrrebbero un’ulteriore frammentazione del mercato del lavoro, con l’effetto di avere nelle stesse imprese lavoratori licenziabili, i figli, e lavoratori tutelati, i padri. Oltre all’odiosa discriminazione tra i nuovi assunti al Sud e gli assunti al Nord. Ma che succede se un giovane assunto a Napoli viene trasferito a Torino o viceversa? Tutto ciò avrebbe ricadute devastanti per le relazioni sociali, nel rapporto dei lavoratori tra di loro e in quello tra lavoratori, sindacati e imprese.
      Ma, aggiungo, anche gli effetti sulla concorrenza tra le imprese sarebbero rilevanti e negativi. Infatti, l’imprenditore onesto e in regola si troverebbe di fronte il concorrente che emerge dal nero e che per sempre avrà il vantaggio di non essere soggetto alle stesse norme e agli stessi vincoli cui soggiace chi ha sempre fatto il proprio dovere. A me sembra aberrante.
      Va bene che premiare chi viola le regole e punire chi le rispetta sembra essere un punto cardine del programma di governo ma perché la Confindustria si fa co-promotrice di una crociata tanto rischiosa per il Paese e per le imprese quanto confusa e controproducente per gli obiettivi che si propone? Perché non affrontare il tema della flessibilità a partire dai veri problemi e cioè dal completamento di una seria riforma degli ammortizzatori sociali e del sistema della formazione professionale nel suo rapporto col mondo delle imprese? Perché non avviare il confronto su un nuovo sistema di garanzie in grado di regolare un mondo del lavoro sempre più individualizzato, rinunciando a una sfida ideologica che non ha altro senso se non quello di voler umiliare i lavoratori e i loro sindacati?
      Spero, e credo, che fra gli imprenditori italiani vi sia chi riflette con preoccupazione su questi rischi e vuole riguadagnare autonomia e razionalità.
      Non faccio parte di una sinistra che propugna lo scontro tra lavoratori e imprese. Al contrario credo che soltanto un’alleanza tra lavoro, impresa e cultura possa rinnovare e modernizzare l’Italia. Ma proprio per tenere aperta questa prospettiva è oggi essenziale che i lavoratori e i sindacati vincano la loro battaglia.

Massimo D’Alema


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