La legge? Neanche a parlarne

14/05/2004



   



14 Maggio 2004


RAPPRESENTANZA
La legge? Neanche a parlarne
Pezzotta e Angeletti rispondono a Epifani: no al referendum, decidiamo tra noi
Posizioni lontane Con questo governo, dicono Cisl e Uil, nessuna legge. E comunque, «regole leggere» possono essere decise solo dalle confederazioni


MANUELA CARTOSIO
INVIATA A CHIANCIANO


Una legge sulla rappresentanza? «Quella non potete chiedermela», dice Pezzotta , «la Cisl per storia e cultura è una libera associazione, non accetterà mai una legge che regoli il suo operato». E poi con questo governo una legge «sarebbe un rischio per tutti». Epifani ha ben presente entrambe le cose e a Chianciano avanza una modesta proposta: una commissione per verificare se Cgil, Cisl e Uil riescono a trovare un «compromesso minimo» su rappresentanza e validazione degli accordi, rinviando a data da destinarsi i nodi irrisolti. Il segretario della Cgil cerca di sfruttare la finestra d’opportunità aperta dalla vicenda Melfi, dove anche la Fim è stata costretta ad accettare il referendum, e dal cambio della guardia e di linea ai vertici della Confindustria. Un’eventuale intesa tra le Confederazioni potrebbe diventare oggetto di confronto con il team Montezemolo. Se il confronto produrrà qualcosa di concreto, sperimentiamolo per qualche anno senza impegno, dice Epifani, sarebbe un passo avanti rispetto alla paralisi e ai veti incrociati che si ripropongono di continuo nel settore privato. Che ridurrebbe la distanza con il pubblico impiego, dove la verifica democratica della rappresentatività è garantita per legge. E facciamola questa commissione, concede Pezzotta, con l’aria di uno che sta facendo un gran piacere alla Cgil. In realtà, l’ha raccontato sul
Corriere della sera il professor Ichino, è stata la Cisl a fare la prima mossa, manifestando a Cgil e Uil la sua disponibilità a tirar fuori dal cassetto una commissione caduta nel dimenticatoio. Non allarghiamoci troppo a parlare di unità, premette Pezzotta, però è innegabile che «i rapporti tra noi» sono migliorati. «A Melfi avevamo idee diverse, ma dopo tanti anni lì c’è stata la presenza delle Confederazioni ed è stato possibile arrivare a una mediazione». Esclusa la legge, una «convergenza» nella pluralità si può trovare anche sulla rappresentanza. «Discutiamone prima tra noi e poi con la controparte», senza che il governo ci metta becco perché «le uniche regole che siamo disposti ad accettare sono quelle che ci diamo». Regole «leggere», precisa Pezzotta, lasciando tutto il resto nel vago.

Un paio di battute scambiate con i cronisti fanno capire che il raggio della disponibilità della Cisl è molto corto. Referendum per approvare gli accordi? Manco a parlarne, dice Pezzotta, «il referendum è la forma peggiore della democrazia». Savino boccia anche l’idea della Fim di far votare gli accordi da un’assemblea di delegati che riproduce la forza delle sigle sindacali: «Esagerata, troppo pesante». Pollice verso a importare dal pubblico impiego la regola in base alla quale un accordo si chiude solo se chi lo firma rappresenta almeno il 50,1% dei lavoratori. E allora di cosa diavolo deve discutere la famosa commissione? «Cominciamo a metterci d’accordo su come si presentano le piattaforme. Se si presentano piattaforme separate è scontato che si finisce con accordi separati». Sarebbe un «primo passo».

Avaro sul punto dolente, Pezzotta conquista comunque gli applausi dei delegati Cgil quando dichiara di «amare» il fisco e quando dice che le torture in Iraq ci riguardano. Accoglienza distratta, invece, per Luigi Angeletti. «La mia brutale opinione è che a nessuno in Italia interessi sapere quanti siamo, a moltissimi invece interessa sapere cosa facciamo», dice il segretario della Uil. Comunque, se alla Cgil sta tanto a cuore misurare la rappresentanza, «noi non abbiamo problemi a farlo». Non per obbligo di legge, però, «che lo Stato decida quel che un sindacato deve o non deve fare non mi sta bene, succede solo nei regimi». Quindi, la Uil partecipa alla commissione, ma il suo no alla legge sulla rappresentanza «è invalicabile». Al sindacato si aderisce volontariamente, aggiunge Angeletti, «e per me chi si iscrive è diverso da chi non si iscrive, anzi per me è un po’ migliore». Sottinteso, io rispondo ai miei e solo chi è iscritto al sindacato ha diritto di votare sugli accordi. Dalla platea sale un solitario ma udibile «vai a cagare».