«La legge Biagi si chiama Biagi: E prosegue il lavoro di Treu»

15/03/2005

    martedì 15 marzo 2005

    RIFORMISTI 2. CONVERSAZIONE CON L’ALLIEVO TIRABOSCHI

      «La legge Biagi si chiama Biagi
      E prosegue il lavoro di Treu»
      Il 19 marzo 2002 veniva ucciso dalle Br nella sua Bologna. «Per completare il quadro manca lo statuto»

        Della legge 30 rivendica i risultati e la continuità con il pacchetto Treu, cui il professore lavorò: «quando Biagi fu ucciso – dice – gli schemi del decreto attuativo della legge erano già pronti e li aveva fatti lui». Poi fa qualcosa di più: rivendica il soprannome stesso della legge, il patronimico. «Sono stati i suoi familiari e i suoi allievi a volere che la legge 30 portasse il suo nome». Un modo anche per rispondere a Romano Prodi, che vuole togliere al suo amico la paternità di quella legge. E ha un moto di stizza quando legge, come gli è capitato sull’Unità di ieri, «l’economista Biagi»: «era un giuslavorista, non certo un economista», ricorda. Parola di Michele Tiraboschi, professore, anche se la cosa cui tiene di più è la continuità programmatica del lavoro fatto dal suo amico e maestro con l’allora ministro per il pacchetto Treu. «Come poi con Maroni e Sacconi».

        A quasi tre anni dall’assassinio del professore, avvenuto il 19 marzo 2002, Tiraboschi, professore di diritto del Lavoro a Modena e consulente del ministero del Welfare per la riforma sul mercato del lavoro, parla con il Riformista dell’eredità e delle riforme che devono il loro nome a Biagi. Che Tiraboschi definisce «un autentico riformista al servizio delle riforme sociali e non di un Principe. Aveva un’idea dinamica dei processi sociali, ma voleva coinvolgere tutti gli attori in campo. Se cambia il modo di produrre, deve cambiare anche il quadro delle regole del lavoro, che devono essere sempre più aperte, flessibili e dinamiche. L’obiettivo era e resta la tutela dei diritti ma la vera stabilità, diceva Biagi, sta nell’essere occupabili, cioè forti e preparati, non nel posto fisso». Il progetto cui stava lavorando Biagi, lo statuto dei lavori, avrebbe completato il quadro. «Quello manca e a quello bisogna lavorare», sottolinea Tiraboschi. Eppure molti, nel centrosinistra, prima ancora di non voler applicare la legge 30, sostengono che non ha parentele con il pacchetto Treu. «Invece non è affatto così – ribatte Tiraboschi – L’idea di fondo che sta dietro questi provvedimenti – pacchetto Treu e legge Biagi – è far incontrare domanda e offerta di lavoro. Riforma del collocamento e nuovi servizi per l’impiego, con tanto di ingresso dei privati nel mercato del lavoro, stavano già nel pacchetto Treu. L’obiettivo è fornire tutele aggiuntive a chi un lavoro non ce l’ha. Nel 1997 venne varata l’abolizione del monopolio pubblico del collocamento, solo che la riforma rimase a metà. La Biagi non fa altro che aumentare il numero di soggetti che possono fare intermediazione sul mercato del lavoro, estendendo tale diritto a soggetti quali università, scuole, enti locali, camere di commercio, enti bilaterali (padronali e sindacali)». La Biagi precarizza e destabilizza, si ribatte. «E’ un luogo comune, venivamo da una situazione in cui vi erano cinque milioni di lavoratori in nero e due milioni di cococò. La Biagi aggredisce questa precarietà: allenta le rigidità del mercato del lavoro tradizionale per far emergere le enormi sacche di lavoro grigio e nero, garantendo a chi lo fa buoni incentivi».

        Troppe tipologie introdotte, con la Biagi, si dice anche. «Un’altra falsità. Gli appalti di servizi esistevano anche prima. Lo staff leasing si traduce in un incremento dell’occupazione come dei livelli retributivi, e offre l’opportunità di lavorare per imprese più grandi. Non c’è esternalizzazione ma internalizzazione del lavoro. Per quanto riguarda il lavoro a tempo parziale, aiuta le donne attive, oggi troppo poche, specie al Sud, a rendere più accattivante e agile la ricerca di lavoro. Facendo un bilancio complessivo, parliamo di al massimo 13 tipologie contrattuali, non certo le 40 che dicono. La legge accorpa i tanti lavoratori in nero e grigio che esistono in alcune, limitate, tipologie». Tipo? «Il lavoro a chiamata come modo per dare veste giuridica a forme di lavoro intermittente e precario, è una grande novità. Ma il lavoro a inserimento, l’apprendistato e il lavoro a coppia esistevano già». Sulle resistenze del sindacato – e della Cgil in particolare – dice: «Capisco le ragioni di un soggetto come il sindacato, di fronte a processi di grandi cambiamenti che mettono a rischio i soggetti più deboli della catena, i lavoratori. Il sindacato opera, giustamente, in un’ottica di “conservazione”. Resta da capire se ha più senso scrivere regole astratte per un mondo che non c’è più, come cerca di fare soprattutto la Cgil, o cercare di adeguarsi alle novità. Oggi il 23% del Pil è prodotto da lavoratori a tempo determinato: il sindacato vuole prenderne atto? In ogni caso, la Cisl mi sembra più disposta a scommettere e innovare, su questo fronte, della Cgil». La Biagi va presa così com’è e non si tocca? «Nient’affatto. La Biagi è una legge sperimentale. La verifica con le parti sociali è stata fissata a 18 mesi dalla sua promulgazione, cioè nell’aprile 2005, mentre la delega governativa è aperta fino a ottobre del 2005. Vanno fatte le dovute verifiche e con tutti gli attori sociali. In questo caso i ritardi non sono solo del sindacato ma anche del governo».