La Legacoop si slega a metà

14/10/2002




14 ottobre 2002


EMANCIPAZIONI
Nomine e dilemmi del congresso di fine novembre

La Legacoop si slega a metà

Poletti forse nuovo presidente. In crisi il rapporto col partito. Ma l’idea di diventare la Confindustria rossa resta un’eresia

      La Lega Nazionale delle Cooperative fatica a trovare una nuova identità. Il dibattito sull’opportunità di riformare una struttura organizzativa che risale agli Anni Sessanta è in corso da tempo ma il confronto si è surriscaldato in questi giorni, in vista del Congresso di fine novembre che rinnoverà i vertici. Il presidente Ivano Barberini lascerà l’incarico il mese prossimo perché ha assunto la guida dell’associazione mondiale del settore. A sostituirlo sarà probabilmente Giuliano Poletti, che attualmente è a capo della Legacoop Emilia-Romagna. La bagarre per la successione dovrebbe essere ormai conclusa ma i conflitti interni sulla ridefinizione della missione della centrale nazionale sono ancora aperti. L’associazione delle società mutualistiche che fanno riferimento alla sinistra deve trovare la via per cambiare pelle senza tagliare i ponti con una storia tanto gloriosa quanto ingombrante, trascorsa all’ombra del Pci-Pds-Ds. A chiederlo sono le stesse imprese associate. Le cooperative devono confrontarsi da un lato con controparti private più competitive e dall’altro devono fare i conti con il mutamento dello scenario normativo e istituzionale: il decentramento amministrativo, l’eliminazione dei privilegi fiscali e la riforma Vietti del diritto societario (di cui parliamo nell’inchiesta di copertina).
      Undicimila imprese con 5,5 milioni di soci e un giro d’affari di 35,7 miliardi di euro si interfacciano con un apparato di rappresentanza, che, secondo i critici, è sclerotizzato: 600 funzionari tra dirigenti e dipendenti, 5 livelli organizzativi tra settoriali e intersettoriali, una ventina di strutture territoriali tra regionali e provinciali. La crescita di colossi industriali quali la ravennate Cmc, la imolese Sacmi, la ferrarese Cefla, le grandi cooperative di consumo Coop Estense, Adriatica e Nordest, la presenza nell’associazione di società per azioni quotate in Borsa come Unipol o in via di quotazione come Granarolo, a fianco di migliaia di mini-cooperative, pongono un problema di visibilità verso l’esterno e di rappresentanza verso l’interno.
      In più lo storico legame con il partito unico, reciso da anni, non è stato ancora rimpiazzato del tutto da un atteggiamento aperto nei confronti delle altre parti politiche e delle altre organizzazioni imprenditoriali. «Il rapporto stretto tra la Lega e l’ex partito comunista – ricorda il senatore Ds Lanfranco Turci, ex presidente di Legacoop dal 1987 al 1992 – non esiste più da un decennio. La dialettica tra le imprese e la centrale sindacale c’è sempre stata ma è aumentata con il venir meno della legittimazione politica dell’associazione».
      Secondo il presidente uscente, Ivano Barberini, l’autonomia dall’ex Pci della Legacoop è nei fatti. «Il collateralismo ormai è una leggenda – ricorda Barberini -, abbiamo firmato il Patto per l’Italia provocando a sinistra non pochi mal di pancia, abbiamo condotto la battaglia per la riforma della normativa societaria a fianco della Compagnia delle Opere (l’associazione d’impresa di origine ciellina molto vicina a Forza Italia, ndr) e insieme abbiamo dato vita a Obbiettivo Lavoro (agenzia per il lavoro interinale)».
      Resta il problema di come trasformare un’organizzazione di massa in un moderno sindacato di imprese, basato sui bisogni delle aziende e su organi composti dai loro manager e non da funzionari di carriera. Il confronto con il modello delle associazioni imprenditoriali private, Confindustria piuttosto che Cna (la Confederazione dell’artigianato), suona ancora, alle orecchie di molti addetti ai lavori, come un’eresia.
      «La differenza – puntualizza Barberini – è che i dirigenti delle cooperative non sono anche proprietari delle aziende che guidano. Inoltre, per legge, abbiamo obblighi diversi, che vanno dalla promozione dello sviluppo, alla vigilanza sulle caratteristiche mutualistiche delle aziende».
      L’auspicio della base però era proprio quello di dare un segnale di cambiamento nominando per la prima volta, così come avviene in Confindustria, un presidente-imprenditore. Invece, a quanto pare, nulla cambierà rispetto al passato. L’ex ministro dell’Industria, Pierluigi Bersani, ha declinato l’invito a sostituire Barberini. Al suo posto è stato scelto il cinquantunenne Poletti, che ha un background più politico che manageriale: eletto nelle liste del Pci nel 1975, è stato consigliere comunale e poi assessore al Comune di Imola prima di passare a guidare la federazione delle cooperative locale e poi emiliana.
      Anche il suo vice è stato scelto con i medesimi criteri: il candidato è Giorgio Bertinelli, capo di Legacoop Toscana, la seconda regione forte, dopo quella emiliana, della cooperazione di sinistra. In questi giorni un comitato di quattro saggi sta consultando i centoquaranta membri del direttivo nazionale ma è poco più di una formalità, visto che non risultano candidature alternative. «Dopo il congresso – spiega Luciano Sita, membro dei saggi e presidente di Granarolo – nomineremo una commissione per la riforma». Perché non cominciare subito mettendo al vertice un uomo d’impresa? «Il rischio – spiega Barberini – è la sovrapposizione dei ruoli. E’ difficile sradicare l’abitudine a considerare il sistema cooperativo come una sorta di conglomerata: se una cooperativa qualsiasi entra in crisi tutto l’insieme viene messo in discussione».
Roberta Scagliarini


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