La guerra totale di Mediobanca

11/12/2002

11 dicembre 2002
 
Pagina 4 – Economia
 
 
La guerra totale di Mediobanca
Fazio attacca Maranghi, i francesi con Piazzetta Cuccia
la finanza
In gioco gli equilibri
del sistema italiano, a rischio
anche Capitalia

GIOVANNI PONS

MILANO – Guerra totale. Mediobanca da una parte, i quattro grandi gruppi bancari – IntesaBci, Capitalia, San Paolo Imi e Unicredito – dall´altra. Una fetta enorme del sistema creditizio, sul quale vigila attento il governatore Antonio Fazio. La partita sui destini della Fiat ha un corollario almeno altrettanto importante, la guerra tra i poteri forti della finanza nazionale.
Gli schieramenti sono ormai venuti allo scoperto. Il primo a scendere in campo, ieri, è stato Fazio: poco dopo l´ora di pranzo conferma il colloquio della vigilia con Paolo Fresco, al quale ha espresso viva «preoccupazione» per il ribaltone che si sta consumando ai piani alti di Fiat. Il governatore tratteggia anche «le conseguenze, innanzitutto occupazionali oltre che economiche e industriali, che potrebbe avere un eventuale mutamento nelle strategie e negli assetti di vertice» a Torino. Mentre le agenzie battono le note di Fazio, il cda della Fiat è nel suo momento clou: di lì a poco troverà conferma l´uscita di Gabriele Galateri. Ma in pochi sanno che in quelle stesse ore i massimi livelli delle quattro banche creditrici della Fiat, da Corrado Passera a Rainer Masera, da Alessandro Profumo a Cesare Geronzi, si incontrano segretamente a Milano per studiare la controffensiva. Il muro contro muro appare in tutta la sua evidenza quando con un comunicato congiunto, trasmesso pochi minuti dopo la fine del consiglio Fiat, le banche esprimono il loro «dissenso sulle modalità e sui contenuti delle scelte ipotizzate e viva preoccupazione per una violazione sostanziale delle intese… e che potrebbero compromettere l´attuazione del piano industriale a suo tempo condiviso e di recente posto alla base delle decisioni del governo».
Era da tempo, racconta chi ha vissuto da vicino lo scontro, che Maranghi proponeva agli Agnelli una soluzione "alla Mediobanca". L´insistenza è cresciuta dal giugno scorso, quando con un colpo a sorpresa ha acquistato il 34% della Ferrari permettendo alla Fiat di superare la grave crisi di liquidità. Ma la condizione di Maranghi è sempre stata una: il cambio del management. E alla fine Umberto cede, accettando di sostituire il fido Galateri con Enrico Bondi, uomo di stretta osservanza mediobanchesca. Ma forse si sono fatti i conti senza l´oste. Il veto delle banche nei confronti di Bondi è totale. «Siamo fermissimi nel dire no al ribaltone – dice uno dei banchieri che ha formato il cordone intorno alla Fiat – soprattutto se ha il nome di Enrico Bondi». L´attuale numero uno di Premafin e Sai è infatti visto come un "risanatore", un tagliatore di costi, ma anche un freddo esecutore degli ordini di Piazzetta Cuccia.
Ma c´è un altro motivo per cui le banche alzano le barricate: la questione Toro-Capitalia. Se Bondi è la "longa manus" di Maranghi, Mediobanca, attraverso il ribaltone, entrerebbe di fatto nel cuore della banca capitolina, di cui la Toro del gruppo Fiat controlla il 6,6%. Un´eventualità impensabile perlomeno per Geronzi e Fazio. Se poi si aggiunge alla quota della Toro il 2,8% già in mano alla Premafin di Salvatore Ligresti, Mediobanca indirettamente diventerebbe il primo azionista di Capitalia al pari degli olandesi di Abn Amro. Ecco perché il veto su Bondi è così categorico. «Faremo valere il codice civile – dice un altro banchiere schierato sul fronte opposto a Mediobanca – non possiamo strangolare il gruppo Fiat che abbiamo salvato, ma deve essere chiaro che senza di noi non si va da nessuna parte».
A questo punto nulla si può escludere, nemmeno una contro-offensiva su Piazzetta Cuccia da parte dei due soci bancari, Unicredito e Capitalia, che contano quasi il 19% del capitale. Per contro, un variegato fronte francese, belga e spagnolo, ispirato da Antoine Bernheim e Vincent Bolloré con il consenso di Maranghi, ha messo insieme un pacchetto tra il 15 e il 20% di Mediobanca. Le forze in campo, grosso modo, si equivalgono. Non resta che vedere chi farà per primo la sua mossa.