La grande festa dei lavoratori migranti

19/12/2003


  Sindacale




19.12.2003
La grande festa dei lavoratori migranti

A migliaia a Vicenza sotto le bandiere del sindacato: sono persone, una parte del nostro futuro
di 
Giampiero Rossi


 Le migrazioni stanno cambiamo il mondo, stanno trasformando anche l’Italia, ma le politiche legislative di questo paese ancora fingono di poter ignorare questi fenomeni. E creano mostri. Contro questo vuoto e per l’affermazione dei “diritti di tutti”, Cgil, Cisl e Uil hanno dato vita giovedì a Vicenza a una manifestazione nazionale, in occasione della Giornata internazionale dei diritti dei lavoratori migranti e delle loro famiglie. Qui, nel cuore del nord-est, dove qualche sindaco gioca a fare lo sceriffo, chi dice «bingo bongo» prende voti e la parola «extracomunitario» assume spesso connotati spregiativi, questa volta sono loro i protagonisti: gli immigrati. Che poi sono anche la nuova spina dorsale del «mercato del lavoro» che ancora permette al vivace apparato produttivo locale di andare avanti e di affrontare la concorrenza di quegli stessi paesi da cui molte di queste persone provengono.

A centinaia, imbandierati dei simboli dei sindacati e di tanti colori, sono arrivati a Vicenza per affollare il palazzetto dello sport, dove per una sera si festeggia e, al tempo stesso, si rinnova quell’invito a capire che ancora una parte d’Italia si ostina a ignorare. Per l’appuntamento conclusivo della campagna unitaria invernale dei sindacati confederali (dallo sciopero generale del 24 ottobre alla manifestazione per il Mezzogiorno del 15 novembre, dal corteo per la scuola del 29 novembre a quella contro la finanzia ria e la riforma previdenziale del 6 dicembre), la scelta della sede non è casuale: “Siamo qui nel nord-est, un’area economicamente ancora molto dinamica e in crescita – spiega il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani – per chiedere che non si continui a nascondere i problemi legati ai flussi migratori nel nostro paese, ma che li si affronti non più soltanto dal punto di vista dell’ordine pubblico né da quello delle convenienze d’impresa, ma anche tenendo conto del punto di vista di queste persone”.

Potrebbe sembrare un assunto banale, scontato, ma così non è. E i leader del sindacato italiano non mancano di sottolinearlo: “Nel luglio scorso è stata approvata la Convenzione internazionale sulla protezione dei lavoratori migranti, ma non sempre quei diritti elementari vengono effettivamente riconosciuti – sottolinea il leader della Cisl, Savino Pezzotta – e noi proprio da qui, da Vicenza, dal nord-est italiano dove sono state dette cose che persone per bene non dovrebbero mai dire, invitiamo a ribaltare l’ottica dominante, secondo cui solo chi è più forte ha diritti, altrimenti la civiltà di questo paese non fa passi in avanti”. Il quadro italiano, tra l’altro, comincia a fornire cifre che dovrebbero da sole spingere la politica e tutta la società a prendere coscienza di una realtà uova e in movimento, come spiega Guglielmo Loi, responsabile delle politiche per l’immigrazione della Uil: in poco tempo siamo passati da mezzo milione di stranieri a due milioni e mezzo, e presto per effetto della legge Bossi-Fini, che prevede i ricongiungimenti familiari, potrebbero diventare tre milioni e mezzo o addirittura quattro.

Un lavoratore su dieci proviene da altri paesi, in certe realtà produttive si toccano punte anche superiori al 30 per cento. Insomma – spiega Loi – questo è il presente e ancora di più il futuro dell’Italia, sta cambiando la struttura del paese, occorre assolutamente cambiare anche le politiche per governare questi fenomeni, anche perché senza gli immigrati certe aree sarebbero costrette a chiudere le aziende”. E invece, lamentano i sindacati, le politiche sui flussi previste dalla Bossi-Fini si decidono centralmente, senza tenere minimamente conto delle diverse esigenze e capacità di assorbimento delle diverse regioni italiane. Ma anche a livello locale, purtroppo, la musica non cambia di molto: da cinque anni nessuna regione (esclusa la «solita» Emilia Romagna che ha un progetto) ha modificato la propria legislazione, anche a livello locale, insomma, non c’è rispondenza al mondo che cambia. “E i tagli i fondi per gli enti locali – tiene a ricordare Pezzotta – non aiutano certo la creazione dei servizi che sarebbero necessari per gestire certe situazioni, perché per esempio, la formazione e la crescita professionale di questi lavoratori sarebbe una risorsa per tutti, non possiamo illuderci di andare avanti ancora per molto con la logica secondo cui queste persone fanno i lavori che gli italiani rifiutano”. Un altro tragico paradosso partorito dalle “politiche approssimative” di questo governo, sottolineano i dirigenti di sindacati confederali, è per esempio il fatto che a fronte di 700 mila nuove regolarizzazioni del 2003, la ripartizioni delle risorse per i servizi sanitari regionali non considera conteggiabili questi nuovi cittadini. Non esistono. Anche per questo, come ricorda Guglielmo Epifani, la legge Bossi-Fini è da bocciare, “perché lega la cittadinanza al lavoro e finisce per accentuare l’area della clandestinità”. Ma c’è di più: i sindacati avanzano una proposta coraggiosa all’Italia: poiché su questo tema anche la stessa costituzione europea appare ancora debole, sarebbe un passo in avanti l’adozione e la ratifica della Convenzione dell’Onu sui diritti dei lavoratori migranti, che ancora nessun paese europeo ha avuto il coraggio di far e propria. E, da subito, l’istituzione di un permesso temporaneo di sei mesi per la ricerca di occupazione, come invita a fare l’Unione europea.