La generazione Tremonti beffata dalla riforma

01/10/2003

 

mercoledì 1 ottobre 2003
Pagina 1-5 – Economia
 
    INCHIESTA
    LE NUOVE PENSIONI
    La generazione Tremonti beffata dalla riforma

      Quei cinquantenni costretti a riscrivere il proprio futuro

      È stata subito ribattezzata "Generazione Tremonti": sono tutti quelli che avrebbero maturato il diritto a lasciare tra il 2008 e il 2014
      Sono i primi ad essere colpiti dall´innalzamento dell´età contributiva a 40 anni. Un muro li separa dagli anziani e dai giovani
      In 7 anni potrebbero essere bloccati 800mila lavoratori che avevano già fatto i loro piani
      Agli estremi "i salvati" e "gli americani": ventenni e trentenni già con un nuovo regime

      DAL NOSTRO INVIATO
      FEDERICO RAMPINI


      C´È la generazione della Resistenza. C´è quella del Sessantotto. Più tristemente, noi saremo la "generazione Tremonti". Per noi tra i 46 e i 52 anni, questa riforma delle pensioni è un muro che ci separa dagli altri: dai più anziani, i "salvati", che ancora vivranno in uno Stato sociale da modello europeo (quello di una volta); dai più giovani comunque già destinati da tempo a un futuro di tipo "americano". In mezzo ci siamo noi, un esercito di italiane e italiani nati soprattutto fra il 1951 e il 1957. Molti di noi avrebbero maturato il diritto alla pensione d´anzianità dal 2008 al 2014 con il vecchio sistema: 57 anni di età minima e 35 di contributi. Secondo i calcoli accurati degli economisti del sito lavoce.info, 800.000 avrebbero deciso di varcarla subito, quella porta d´uscita. Molti avevano già costruito progetti per il futuro. Come ha detto Berlusconi, «quando compra casa una famiglia pensa almeno al prossimo mezzo secolo». Anche i progetti per la pensione non nascono il giorno prima.
      I più sfortunati tra noi – per la pesantezza del mestiere, o per le frustrazioni di una carriera infelice – erano già entrati segretamente in una psicologia da conto alla rovescia: intravvedendo un´altra scala di valori, un´altra lunga vita dopo il lavoro (allettanti statistiche sulla longevità…). Finito. La riforma Tremonti costringerà questi 800.000 a rinviare tutto per anni. Cinque anni di lavoro in più? La parola "generazione" assume di colpo un significato concreto, inesorabile: un mese di differenza sulla carta d´identità può separare due mondi diversi: modelli di vita, piccole forme di benessere che restano o che sfumano, le strade del futuro che si biforcano.
      I "salvati" sono quasi nostri coetanei, e altrettanto numerosi. Almeno settecentomila italiane e italiani nati prima del 1951 andranno in pensione prima del fatidico 2008, con i 35 anni di anzianità. Devono avere iniziato a lavorare prima del 1973. Oppure anche dopo, se hanno fatto l´università e hanno provveduto da tempo a «riscattare» di tasca propria gli anni di studi (oggi è troppo tardi: è diventato così caro che non conviene più). Probabilmente l´esercito dei graziati da Tremonti diventerà più numeroso, forse anche un milione: l´effetto-annuncio di questa riforma a orologeria sarà micidiale, il fuggi fuggi verso le pensioni di anzianità è garantito. In tempi normali, ogni anno 250mila lavoratori maturano il diritto alla pensione di anzianità ma 100mila vi rinunciano e preferiscono continuare a lavorare. Ora la tentazione di acchiappare l´ultimo treno utile sarà fortissima anche per quei 100mila. Sono i nostri fratelli maggiori, che per uno o due anni di differenza sull´atto di nascita da oggi vivono dall´altra parte del muro.
      Anche per i più giovani le cose cambiano. Altri muri, altre sottili divisioni creano almeno quattro Italie. Ci sono i quarantenni assunti fino al 1978: naturalmente cadono in pieno sotto la riforma Tremonti ma conserveranno un calcolo della pensione di tipo retributivo, più generoso perché tiene conto degli stipendi più alti negli ultimi anni di attività. E poi ci sono i giovani-giovani, trentenni e ventenni: chi ha la fortuna di avere un posto fisso – per loro è diventata più rara – rientra completamente nel calcolo contributivo. Questa è la generazione degli "americani": per loro, come negli Stati Uniti, la pensione futura sarà strettamente proporzionale agli oneri pagati sulle buste paga durante l´intera vita lavorativa. A quel punto l´età pensionabile sancita per legge perde di importanza, un po´ come negli Stati Uniti: di fatto in pensione non ci puoi andare finché non sei arrivato a maturarne una che ti consenta di sopravvivere. I calcoli te li devi fare da solo. La generazione "americana" è così giovane che sovente non guarda tanto lontano. Per loro i progetti per la pensione sono più astratti, le aspettative ancora vaghe. E comunque le tendenze demografiche sono implacabili, il "modello europeo" si riferisce all´Europa del passato, visto che lo stanno riformando in Francia e in Germania. Il problema più immediato è quel muro invisibile tra i salvati e i dannati, che corre sul filo di un Capodanno, e crea il senso di un arbitrio, di un´ingiustizia.
      Altre divisioni, le creano le diseguaglianze sociali, e il mercato del lavoro. Ci sono le professioni migliori, dove la qualità del lavoro è tale che non si ha fretta di acchiappare nessuna "finestra" di età pensionabile. E poi c´è il comportamento delle imprese, il vero problema che Tremonti finge di ignorare, il buco nero che rischia di inghiottire la sua riforma dandole effetti perversi. Le imprese ogni volta che possono si disfano dei cinquantenni. Scivoli, finestre, prepensionamenti: per i datori di lavoro tutte le opportunità sono buone per mandarli via, metterli a carico dell´Inps, e sostituirli con dei giovani da pagare meno, oppure non sostituirli affatto: le nuove tecnologie fanno miracoli, l´efficienza sale, si produce sempre di più con meno manodopera. Lo stesso ministero del Lavoro lo ha ammesso, nei primi sei mesi del 2003 su 59.000 lavoratori andati in pensione d´anzianità, 29.000 sono "involontari". Sono stati spinti fino alla porta d´uscita dal loro datore di lavoro, se ne sono andati loro malgrado. È il dirty little secret, il piccolo sporco segreto dell´industria italiana per ridurre il costo del lavoro a spese dell´Inps, cioè dei contribuenti. Che cosa farà l´industria italiana di questi cinquantenni, dopo la riforma Tremonti? Licenziamenti secchi? In America il sistema previdenziale è duro, l´età pensionabile di fatto si sta spostando verso i 67-70 anni per rispondere agli imperativi demografici. Ma almeno i licenziamenti degli anziani possono essere impugnati in tribunale, come una forma di discriminazione.