La Gdo apre sugli aumenti

06/11/2015   (Il sole 24 ore)

Un contratto che «rispecchi la specificità delle nostre aziende che sono industriali e hanno un modo di lavorare diverso rispetto al dettagliante. I grandi supermercati e gli ipermercati sono creatori di linee di prodotto, hanno una complessità organizzativa che il dettagliante non ha. Noi facciamo grandi investimenti in formazione, portiamo avanti un discorso di sicurezza alimentare obbligatorio, rispettiamo in modo rigoroso gli elementi della legalità, siamo attenti al mantenimento e alla tutela dell’occupazione. E, non ultimo, i cambiamenti tecnologici impongono scelte strategiche: l’e-commerce sta diventando una realtà a forte competizione anche in Italia e i cambiamenti tecnologici impongono scelte organizzative e strategiche nuove che si stanno affermando anche nella negoziazione. Il contratto di Confcommercio che va bene per milioni di persone non va bene per le nostre imprese». Il presidente di Federdistribuzione Giovanni Cobolli Gigli è un fiume in piena quando racconta le ragioni delle imprese associate alla federazione che guida. E nel pieno rispetto del diritto di sciopero vuole però pensare che domani, il giorno dello sciopero proclamato da Filcams, Fisascat e Uiltucs degli addetti delle aziende aderenti a Federdistribuzione, Confesercenti e Distribuzione Cooperativa, «prevalga il buonsenso ed emerga la consapevolezza di lavorare in imprese che hanno una specificità diversa da quelle del commercio al dettaglio. Abbiamo bisogno di un contratto nuovo», continua.

Il contratto però deve «evitare dumping tra lavoratori e imprese», ribatte Maria Grazia Gabrielli, segretario generale della Filcams Cgil che ha lanciato l’ hashtag #fuori tutti il 7 novembre è sciopero del commercio. «Se in passato esistevano 3 tavoli negoziali, uno con Confcommercio e Federdistribuzione, uno con Confesercenti e uno con la Distribuzione cooperativa, oggi i tavoli sono diventati 4 – continua Gabrielli -. È un elemento di complicazione avere tutti tavoli separati e misurarsi con associazioni datoriali che non hanno un filo conduttore comune». E ribadisce che il benchmark è il contratto di Confcommercio che ha previsto 85 euro di aumento per il quarto livello per una massa salariale di oltre 1.800 euro. «Abbiamo rinnovato molti contratti, noi. Però se l’obiettivo è abbattere ciò che oggi è elemento di tutela minima e omogenea a fronte di un aumento salariale contenuto, non è la strada giusta», sostiene la sindacalista.

Le imprese in realtà mostrano una certa disponibilità sulla parte economica. Cobolli Gigli addirittura si spinge a dire che «paradossalmente noi potremmo arrivare anche a 90 euro di aumento per il periodo 2016-2018, però solo se trovassimo l’accoglimento da parte dei sindacati delle nostre istanze». E cioè la produttività «con una maggiore presenza al lavoro nelle aziende». La sostenibilità «con misure che consentano recuperi senza incidere direttamente sulla busta paga, ma sugli accantonamenti del tfr, per esempio». La flessibilità «per il lavoro a tempo determinato che oggi è consentito nella misura del 25% e che chiediamo di calcolare non sui dipendenti del negozio, ma sulla totalità dei lavoratori dell’azienda. Poi anche per l’uso del part time durante il sabato e la domenica per poter utilizzare meglio il lavoro dei colleghi». Sono soltanto alcuni degli esempi del nuovo contratto che hanno in mente le aziende della Gdo che oggi applicano ancora il vecchio contratto di Confcommercio. Nelle imprese c’è comunque la convinzione che ci siano spazi negoziali e che si possa arrivare a una gestione comune dei temi. Dopo sabato si vedrà come.