La Gama è finita in liquidazione

26/01/2004


Sabato 24 Gennaio 2004


In pericolo 2.800 posti in tutta Italia per la società di San Giovanni Lupatoto, in difficoltà dopo la cessione della famiglia Masini
La Gama è finita in liquidazione
Anche un’istanza di fallimento per l’azienda specializzata nel catering

di Alessandra Vaccari

La Gama Spa, storica impresa veronese attiva nel settore del catering, da mercoledì 21 è in liquidazione. L’azienda, che serve mense scolastiche, ospedali, amministrazioni pubbliche e militari, con un giro d’affari annuo di circa 100 milioni euro, fino a un paio di mesi fa, aveva sede la sede legale San Giovanni Lupatoto, dove ha mantenuto la direzione generale, mentre la sede legale è stata trasferita a Roma.
Il 10 febbraio prossimo è pure fissata, davanti al giudice fallimentare di Verona l’udienza per aderire alla richiesta di fallimento presentata da alcuni fornitori (tra cui il colosso alimentare Nestlè).
L’ultima assemblea dei dei soci, che si è tenuta non senza colpi di scena martedì scorso in via Bianchini 51 a Roma, ha deciso la messa in liquidazione. Un atto subito impugnato da Massimo Dolce, procuratore di Giorgio Viva, uno dei soci di maggioranza, ex amministratore unico della Gama spa e azionista con l’11% del capitale. Dolce denuncia «scenari inquietanti» per l’azienda, fondata a San Giovanni Lupatoto nel 1963 dalla famiglia Masini. E i timori, visto quanto sta accadendo alla Parmalat, sono inevitabili.
L’azienda, che fino al novembre scorso vantava la produzione di 30 milioni di pasti l’anno in tutta Italia, con un fatturato di oltre 100 milioni di euro e dava lavoro a 2.800 addetti diretti e ad almeno 800 indiretti, oggi rischia di dover chiudere. E anche i circa 250 lavoratori veronesi potrebbero perdere il posto. Ai rappresentanti sindacali della Gama, tra l’altro, ancora non è stata data comunicazione ufficiale della messa in liquidazione.
Secondo un comunicato che la stessa azienda aveva fatto pubblicare il 17 novembre 2003 su un quotidiano nazionale, «allo stato attuale, l’azienda vanta 35 milioni di euro di crediti certi verso le amministrazioni pubbliche e 25 milioni di euro di impegni verso fornitori che scadranno nei prossimi 36 mesi». E allora che cos’è accaduto? Prova a spiegarlo lo stesso Dolce, raccontando che cosa è successo negli ultimi giorni. «Il 31 dicembre», dice, «ho letto sulla Gazzetta Ufficiale che la Gama aveva convocato l’assemblea dei soci. All’ordine del giorno c’erano la messa in liquidazione dell’azienda e la nomina del liquidatore. Invio una raccomandata chiedendo che vengano depositate nella sede sociale di pertinenza le azioni di Viva, visto che immotivatamente gli era stato negato l’accesso in sede. Nessuna risposta a Viva che deteniene l’11% delle azione Gama. Mi reco comunque in via Bianchini per partecipare all’assemblea, ma non vengo fatto entrare. Chiamo i carabinieri, ma siccome non ho in mano le azioni, non c’è verso di passare. Così sono andato in caserma a sporgere denuncia sul fatto e l’antefatto».
«Per quello che sapevamo noi», continua Dolce, «l’azionariato di Gama, fino a oggi, era così suddivisa: il 50% a alla società Prodex, il 39% alla Logitech e l’11% a Giorgio Viva. Questo è quello che credevamo, non sapendo che la società Odg, nel frattempo aveva rilevato le quote di Prodex e Logitech. E la comunicazione a me, che rappresento il terzo socio, comunque non è mai stata data. Avrei potuto infatti esercitare diritto di prelazione». In queste ore, Dolce, assieme a un pool di avvocati sta redigendo la lettera di richiesta di invalidamento dell’assemblea, perché non ha potuto esercitare le sue funzioni.
A far saltare i conti della Gama, secondo Dolce, «sono bastati pochi anni e una gestione non ortodossa». Questa la sua ricostruzione: «Fino al 1999 l’azienda era sana. Venne rilevata da Albert John Martin Abela, un libanese residente a Londra. Il fatturato annuo era salito a 100 milioni di euro. Ma vennero fatti investimenti sballati. Nel luglio 2003 l’azienda venne rilevata da un imprenditore romano, che sosteneva avrebbe ripianato le perdite. La società era lussumburghese, la Logitech, rappresentata dall’avvocato Marco Pacelli e dall’ingegner Antonio Grimaldi». Secondo la ricostruzione di Dolce, Abela avrebbe anche denunciato la Logitech per presunte irregolarità contabili che lo avrebbero privato del 20% delle azioni della società.
Da settembre inoltre, sempre scondo Dolce, «gli amministratori di Gama hanno continuato la gesione senza il denaro fresco promesso dai nuovi soci. I fornitori così non sono stati pagati regolamente, sono stati fatti ritardi nelle consegne, sono saltati appalti con mense importanti. Il fatturato è sceso a 40 milioni di euro».
La tensione è andata via via crescendo. Iniziano i ritardi nei pagamenti degli stipendi, ai fornitori vengono dati assegni di cui viene poi denunciato il furto. Piccoli escamotage per tirare avanti. Quindi il crollo con i fornitori che si rifiutano di consegnare merce, le banche che tolgono il loro appoggio e l’avvio dei protesti.
Fino a ieri, non risulta sia stata data nessuna comunicazione della messa in liquidazione da parte dell’azienda ai rappresentanti sindacali. Giusy Muchon della Uil è l’unica a sapere della notizia, ma per vie indirette: «Continuo a chiamare Roma. Mi è stato detto in via ufficiosa quello che è accaduto, ma non si riesce a parlare con l’azienda. Siamo preoccupati per i posti e vogliamo un incontro con il ministro del Lavoro».
Anche Cesare Irulli della Cgil e Paolo Vighini della Cisl non hanno ancora notizie ufficiali, ma tanta preoccupazione.