La fuga nel deserto secondo la Cia – di M.Candido

16/04/2003



              16/4/2003

              retroscena
              Mimmo Candido

              SADDAM
              La fuga nel deserto secondo la Cia

              PARE che andasse via come un beduino qualsiasi, trotterellando più o meno quietamente dentro le piste del deserto iracheno, a cavalcioni della poco dignitosa sella d’un dromedario. E che un lungo barracano bianco lo avvolgesse dalla testa ai piedi, lasciando liberi soltanto i suoi occhi di ghiaccio e un pezzo di faccia. Ma che quella faccia ora non avesse più i celebri baffoni neri che da sempre fanno l’effigie del volto del Raíss. Povero Raíss senza più casa, e senza più baffi. La fuga del Ricercato Numero Uno, a raccontarla come ora la raccontano i servizi segreti, non pare nemmeno quella roba drammatica e angosciosa che si poteva immaginare. Non i camminamenti segreti di chissà quale misteriosa rete di cunicoli perduti nelle viscere d’una Baghdad o d’una Tikrit trasformate nelle Gotham City d’Oriente; non il piccolo aereo di tela che tiene caldi i motori in un angolo sconosciuto della frontiera, pronto a levarsi in aria con un forziere di diamanti e di dollari; nemmeno il rapido e frettoloso sganciamento dai combattimenti che già toccavano la periferia di Baghdad, e poi un’ombra che sguscia via furtiva nelle tenebre della notte, coperto dalle guardie del corpo, spinto dentro un’auto nera che parte sgommando e si perde nel buio, tra i bagliori laceranti delle bombe. No, no, niente di tutto questo. Niente Hollywood e 007. La fuga di Saddam – perché ora di questo sono convinti, la Cia di Bush e l’Mi-6 di Sua Maestà – pare sia avvenuta tra il 7 e l’8 di questo mese, quando ancora le armate del generale Franks stazionavano dalle parti di Nassiriya a leccarsi le ferite e però su Baghdad i missili e le bombe suonavano legnate che scuotevano la città fin dentro le fondamenta. Dopo le «magre» rimediate in questa guerra da entrambe le centrali spionistiche (la Cia che vende una rivolta di popolo che mai c’è stata, e l’Mi-6 che spaccia per documento segretissimo la scopiazzatura d’una vecchia tesi di laurea), dopo quelle colossali cantonate non ve n’è molti che siano disponibili a dare gran credito alle rivelazioni che Langley o Londra mollano via ai bulimici reporter d’una caccia all’uomo forse senza precedenti. E non aggiunge, certo, molta credibilità alla storia della fuga avventurosa nel deserto nemmeno il fatto che la notizia filtrata dalle due più celebri centrali dell’intelligence internazionale dia Saddam «in sella a un cammello», quando perfino i più pivelli tra i giornalisti che si sono trovati a raccontare questa guerra sanno bene come, in Iraq, di bestie gibbute ci siano solo i dromedari. E «i cammelli» li confonde con i dromedari soltanto chi fa lo spione come Peter Sellers faceva l’Ispettore Clouzot. Ma questi sono i tempi, e gli agenti segreti – alla fine – pare proprio che non siano più quelli d’una volta. Che però ce la mettano tutta è fuori discussione: lassù, in cielo, da venti giorni due satelliti geostazionari piazzati nello zenith dell’Iraq raccontano ogni minuscolo dettaglio di quanto intanto accade quaggiù, tra il Tigri, l’Eufrate e la piana desertica che s’allarga verso la Siria, la Giordania, l’Iran e l’Arabia Saudita; e in terra, contemporaneamente, 100 ipertecnologizzati uomini scelti della Cia e 175 flemmatici colleghi di James Bond sono sguinzagliati sulle orme del Raíss, seguendone l’ombra e i sussurri, tra Damasco, il Cairo, Amman, lo Yemen e le piste sabbiose degli ayatollah. I risultati finora non hanno dato grandi riscontri alle attese di Bush e di Rumsfeld. I satelliti spia della National Security Agency – che hanno la capacità di memorizzare (e ritrasmettere) migliaia d’immagini al minuto con le multicamere puntate sul deserto e sull’area intorno a Baghdad – hanno raccontato soltanto sequenze, e fotogrammi, di poco significato; e le strumentazioni del Government Communication Headquarter montate tra Bassora e la capitale hanno pazientemente intercettato in queste due ultime settimane tutto il traffico radio e via e-mail circolato nell’area che sta attorno a Baghdad, tentando di captare qualche messaggio che rivelasse una comunicazione tra i fedelissimi del Raíss. Ma di tutte quelle registrazione, ora resta soltanto robaccia da spazzatura. Però, ugualmente, Cia e Mi-6 hanno cambiato versione, rispetto ai giorni passati, e ora dicono d’essere certe che Saddam non è affatto morto, ma che se n’è scappato via, forse verso la Siria, forse verso l’Iran. La fuga sarebbe avvenuta dopo il massiccio bombardamento sull’edificio del Ristorante Al-Saa, la sera del 7 aprile, quando una «talpa» della Cia aveva segnalato al suo contatto presso il Comando di Doha che «il Raíss e i suoi figli si sono riuniti nel quartiere di Al-Mansur, e stanno per mettersi a tavola in un famoso ristorante». In pochi minuti, di quel ristorante e di quell’edificio restavano soltanto montagne di macerie, con 14 disgraziati dilaniati dalle più potenti bombe – le mastodontiche Bgu-31 – che il colonnello Fred Swan potesse montare sulla sua corazzata volante. Pare che, proprio un attimo prima che il colonnello desse al suo ufficiale l’ordine del «go&kill», due o tre uomini fossero filati via dal ristorante, forse avvisati da una spia che faceva il doppio gioco, forse messi in allarme da quella ipersensibilità che sviluppa certamente un uomo che ha passato metà, almeno, della propria vita a scappare e a nascondersi. Però questa salvezza all’ultimo secondo avrebbe alla fine convinto Saddam che ormai l’aria s’era fatta davvero irrespirabile, per lui, a Baghdad, e che non v’era alternativa al tagliar la corda. Ecco allora la trasformazione. Via, anzitutto i baffi. Poi, via la civettuola tintura nera dei capelli, restituiti al loro colore naturale più o meno bianco. Via anche l’uniforme grigioverde del Baath. E, al loro posto, una rapida passata di nero sui denti, che ora debbono essere da vecchio, due batuffoli di cotone sotto le guance, per modificare e appesantire l’espressione del volto, e infine un lercio barracano da beduino da indossare stretto sul corpo, montando su un dromedario di quiete abitudini. Il fotogramma del prestigioso satellite del National Security Agency avrebbe così mostrato una lunga carovana di quadrupedi che s’allontana caracollando lentamente fuori dalla periferia della capitale, dentro le piste del deserto orientale che soltanto i beduini conoscono per millenaria sedimentazione nel loro codice genetico. Forse, questa volta, quei 300 «beduini», e tutte le loro puzzolenti bestie, beduini non lo erano affatto; ma il satellite è solo una macchina che legge quello che vede, e quel giorno ha visto una delle tante carovane che navigano nel deserto da sempre – guerra o non guerra – e quello ha segnalato alla centrale del Maryland. Saddam non è nuovo alla fughe miracolose per salvarsi la pelle. La sua più celebre «ritirata strategica» del passato è datata 7 ottobre 1959, quando il Raíss (ma allora soltanto un bollente nazionalista) viene scelto con quattro compagni per assassinare il presidente Abdel Kassem in pieno centro, nell’affollata via Al-Rashid. L’agguato fallisce, Kassem è ferito ma se la cava; e viene ferito anche il giovane rivoluzionario Saddam. La sua biografia ufficiale (19 densi volumi) descrive quel giorno come un giorno di grande coraggio, con il futuro Raíss che si fa incidere la gamba senza anestesia, per estrarne un proiettile piantato nel polpaccio; e poi la fuga. Pare che il proiettile non ci fosse, e nemmeno il grande coraggio; ma la fuga ci fu certamente, e Saddam passò qualche anno d’esilio, prima in Siria e dopo in Egitto. Poi tornò. Questa volta, è più difficile che torni. I 275 segugi che gli stanno addosso non gli danno fiato, Bush è impaziente. L’America «ha bisogno» di uccidere il Male. E però, poi, non è nemmeno detto che Bush, e l’America, la vincano: Osama scappò su un cavallo bianco, e ora s’è perso nell’ombra delle sue videocassette; Omar scappò su una motocicletta, e ora cura il suo orgoglio lanciando di tanto in tanto il grido del Jihad; e Saddam è scappato (forse) su un vecchio «cammello» con una gobba, e ora digrigna i denti in qualche tenda d’un deserto senza frontiere. E Bush cerca un nuovo simulacro del Male dalle parti di Damasco.