La forza del dialogo

25/03/2002





La forza del dialogo
Ancora ieri il Governatore ha dovuto ricordare che non reggono più le tutele di cinquant’anni fa e che, quindi, le riforme rappresentano non solo una garanzia di sviluppo, ma in un certo senso l’arma democratica più concreta per contrastare gli oscuri disegni di destabilizzazione. Il punto dirimente, però, è un altro: un Paese che si sottrae al dialogo sul merito delle cose, è condannato a perdere; mette in pericolo, questa volta sì, la sua tenuta democratica, rischia di spaccarsi. La lotta dei sindacati appartiene alla fisiologia delle relazioni industriali, guai a metterla in discussione. Svelenire, però, le azioni di lotta dal gioco perverso delle ideologie e dei falsi simboli, ancorarle alla realtà delle cose e non alla mistificazione politica, avere il coraggio di uscire dalla logica dei tabù, è oggi un imperativo assoluto. Nessuna lotta che sia veramente sindacale può avere il nulla come giorno dopo. Devono scattare la ripresa del dialogo, la negoziazione. Forse, lo «spirito nuovo» al quale ieri, non a caso, ha fatto esplicito riferimento Berlusconi è proprio questo. Il giornale della borghesia tedesca, la Frankfurter Allgemeine Zeitung, ancora due giorni fa, ha parlato dell’Italia come di un Paese in cui non sono possibili riforme che non «siano meramente cosmetiche» o, cambia poco, dove anche una modesta riforma mette a rischio la pace sociale. Per una volta, ci piacerebbe poterlo smentire, ma non a parole, nei fatti. Non passa giorno che il Capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, non indichi nel dialogo l’unica strada per risolvere i problemi e inviti ad abbassare i toni dello scontro. Anche in questo caso, a parole, tutti raccolgono l’appello, ma a seguirlo nei comportamenti sono ancora in pochi. C’è un’immagine che un economista liberal della sinistra, Michele Salvati, è solito usare per indicare l’atteggiamento difensivo con il quale il sindacato italiano è abituato a misurarsi con i problemi della flessibilità: la cipolla si sfoglia a strati e si cede solo quando è impossibile non farlo. Come direbbero Biagi e il suo amico giapponese, il «diritto» dei disoccupati e la competizione globale impongono di cambiare passo. Da subito, anzi da ieri. Roberto Napoletano

Sabato 23 Marzo 2002