La flessibilità selvaggia del commercio

20/05/2003

              martedì 20 maggio 2003

              Alla vigilia del rinnovo del contratto le confederazioni preoccupate per la tenuta di un sistema che ha sin qui funzionato
              La flessibilità selvaggia del commercio
              Gli imprenditori puntano alla deregolamentazione.
              I sindacati: effetti devastanti

              Giampiero Rossi

              MILANO Il lavoro nel commercio rischia un’overdose di flessibilità. Sul settore che già da molti anni sperimenta forme contrattuali tra le più
              elastiche, ora incombe come un macigno la liberalizzazione selvaggia di alcuni rapporti di lavoro, con il rischio di mandare a gambe all’aria un sistema che fin qui ha funzionato. E su queste basi si avvia la trattativa per il rinnovo del contratto nazionale. Con i sindacati uniti e convinti delle loro buone ragioni e gli imprenditori che vedono la possibilità di spianare qualsiasi presunto ostacolo tra le esigenze delle rispettive aziende e le “fastidiose” obiezioni dei dipendenti.
              «In questo settore la flessibilità del lavoro è un’autentica esigenza per
              le aziende». A parlare così non è un imprenditore che pesta i pugni sul
              tavolo per ottenere mano libera nei confronti dei lavoratori, bensì un sindacalista: il segretario nazionale della Filcams-Cgil, Ivano Corraini. Ma non è una scoperta dell’ultima ora, la sua, dal momento che gli stessi rappresentanti sindacali del commercio hanno maneggiato con serenità il tema della flessibilità «in tempi non sospetti».
              Basti pensare, tiene a sottolineare lo stesso leader della Filcams,
              «che noi abbiamo saputo normare nei contratti il part-time almeno
              trent’anni fa, ben prima che intervenisse la legge, e che possiamo vantare soluzioni più avanzate che hanno anticipato la legge stessa; così come abbiamo negoziato una gestione dell’orario settimanale introducendo, previa contrattazione, tipologie di orario di lavoro plurisettimanale, o come abbiamo normato i contratti a termine tenendo conto della variabilità del lavoro nella distribuzione».
              Flessibilità ampia, ma negoziata, insomma. In teoria non dovrebbe esserci nessun problema, quindi, nei rapporti con i datori di lavoro, che negli altri settori sono all’affannosa rincorsa di quelle stesse soluzioni che nel commercio sono pane quotidiano.
              Invece no. Perché sull’imminente apertura del confronto per il rinnovo
              del contratto nazionale si addensano nubi soffiate senza vere ragioni dal vento ideologico della flessibilità “totale”, ad ogni costo, senza limiti e riserve. Cioè quella che – a ben guardare – non serve all’impresa e, al tempo stesso, fa vivere male i lavoratori.
              E non lo dice solo la Cgil, ma tutti e tre sindacati di categoria – Filcams, Fisascat e Uiltucs – che guardano al tentativo di trasferire gli effetti della legge 368 (che prevede tra l’altro la liberalizzazione dei contratti a termine) con il timore di chi già prevede «effetti devastanti» su un sistema che aveva trovato il suo equilibrio. O come dice Corraini: «In un sistema in cui si era realizzato, con la contrattazione,
              un equilibrio tra esigenze di flessibilità delle imprese e condizioni
              soddisfacenti per i lavoratori con alcuni vantaggi in contropartita».
              Questa, insomma, sarà una delle questioni più importanti sul tavolo
              del rinnovo contrattuale di un settore che occupa un milione e mezzo di persone (almeno 350mila dei quali nella grande distribuzione) e che deve fare i conti con i venti (globali) di crisi, ma che presenta anche dati positivi.
              Nel 2002, infatti, si è rafforzata la crescita dei nuovi negozi: il saldo attivo fra aperture e chiusure è pari a 9.754 unità, con 62.305 nuove aperture e 52.551 cancellazioni. A livello di area, si registrano saldi negativi solo in tre regioni del Nord: Lombardia, Friuli-Venezia Giulia ed Emilia Romagna. Positivi i saldi di tutte le altre regioni, con valori particolarmente elevati al Sud, dove Campania, Puglia e Sicilia detengono oltre il 60% del saldo complessivo. Ma è anche vero
              che la crescita del volume d’affari sta rallentando vistosamente: la crescita delle vendite di beni di largo consumo (grocery) è passata in tre anni dal 5,4 al 3,6%. Il giro d’affari della grande distribuzione, comunque, si attesta intorno ai 60 miliardi di euro, considerando circa 40 miliardi di vendite di beni “grocery” e circa 20 miliardi di prodotti freschi, con la progressiva perdita di quota da parte del dettaglio tradizionale (dal 40% del ’90 al 20% stimato oggi). Nello stesso
              tempo la quota dei supermercati è salita dal 34 al 37,5%, quella degli
              ipermercati è passata dal 4 al 15,5, l’hard discount si è attestato intorno al 5,5, mentre i superstore, cioè i grandi supermercati intorno ai 2mila metri quadrati, sono saliti da una quota del 2% del 1995 al 6% di oggi. I piccoli supermarket di quartiere (le “superette”) sono invece scesi dal 22% al 15,5%.
              È in questo scenario che Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl e Uiltucs-Uil
              hanno elaborato la piattaforma per il nuovo contratto, approvata dalle tre confederazioni all’unanimità all’assemblea dei delegati dell’aprile scorso. «Purtroppo dobbiamo fare i conti anche con la grande polverizzazione del settore, con il 70% delle aziende con meno di 16 dipendenti – spiega Gianni Baratta, segretario nazionale della Fisascat-Cisl – ed è logico, quindi, che in questa sorta di deserto dei
              tartari l’unica strada non velleitaria per i sindacati sia la sintesi unitaria».
              Uno dei nodi fondamentali delle richieste sindacali, ovviamente, riguarda la volontà di conferma delle regole già collaudate in materia di flessibilità del lavoro – spiegano – con l’aggiunta di correttivi come l’introduzione di una “opzione” per la trasformazione dei contratti a termine in assunzioni a tempo indeterminato, l’incremento della percentuale (attualmente è il 60%) delle conferme per poter assumere nuovi apprendisti, confronti sui processi di terziarizzazione ed esternalizzazione per definire regole e norme di tutela per i lavoratori.
              E alle imprese, sottolineano i sindacati, nessuno intende sottrarre la flessibilità ma, soltanto l’arbitrio. Per esempio, spiega il leader della Filcams Corraini, «come già abbiamo realizzato nel precedente contratto, cioè istituendo una banca delle ore in cui a fronte di una flessibilità determinata dalla distribuzione dell’orario di lavoro in periodi di 36 ore e periodi di 40 ore, oltre a un’ulteriore riduzione dell’orario annuo, abbiamo garantito la fruizione di una quota parte dei permessi solo sulla base delle esigenze individuali».
              Quello del commercio, insomma, resta un settore in evoluzione.
              Con un’ulteriore responsabilità per chi ha il compito della rappresentanza: quella di dover tutelare un gran numero di giovani, perché tra una tipologia di impiego e l’altra, il terziario è un settore che avvia al lavoro molti ragazzi, con il 65-70% di lavoro femminile.
              E i sindacati sono preoccupati dall’impennata di liberismo ad ogni costo che sembra contagiare anche gli imprenditori del terziario e
              rischia di impedire uno sbocco positivo al negoziato. In questo caso rimarrebbero parole vuote quelle di Sergio Billè: «Mi ritengo fortunato ad avere a che fare con un sindacato unitario…».