La Fiom davanti alle fabbriche raccoglie le firme

24/03/2010

Ci sono moltimodi di raccogliere le firme dei lavoratori (così come di farli «votare» o tesserarli). Se sei un sindacato «complice» puoi far passare un foglio nei reparti, con la benevolenza del management. Se sei la Fiom Cgil, ti metti fuori dei cancelli col banchetto e il certificatore (un pubblico ufficiale, in genere un messo o un consigliere comunale, ecc), parlando con ogni singolo lavoratore. È partita ieri in tutta Italia la raccolta delle firme per una legge di iniziativa popolare sulla democrazia e la rappresentanza sindacale. Il motivo è semplice: con l’«accordo separato» siglato un anno fa da Cisl, Uil e Ugl, davanti a Confindustria e governo, ora può accadere che a firmare i contratti – tutti rigorosamente «separati », con l’esclusione preventiva della Fiom – siano sigle che non hanno nemmeno tutte insieme la maggioranza dei lavoratori di una categoria o di un’azienda. E’ il primo passo verso la possibilità – per i padroni – di scegliersi il sindacato con cui trattare. O magari di «fondarne» uno, come fece la Fiat negli anni ’50 (si chiamava Sida, ora Fismic). C’è quindi bisogno che i lavoratori possano votare «con proporzionale puro» (senza più un terzo dei delegati riservati ai «sindacati più rappresentativi ») i propri rappresentanti in ogni azienda, anche in quelle con
meno di 15 addetti; c’è bisogno di definire un sistema di certificazione della reale rappresentatività delle diverse sigle (il sistema attuale, nel settore privato, è quasi un’autocertificazione, mentre nel pubblico impiego, bene o male, una legge c’è); e infine di stabilire che gli accordi collettivi a ogni livello (aziendale, nazionale, confederale) sono validi solo se approvati a maggioranza dai lavoratori con referendum, riducendo al massimo la possibilità si fare «accordi» alle loro spalle. Che sono poi i tre punti principali della proposta di legge per cui si chiede la firma. Il segretario generale, Gianni Rinaldini, è arrivato davanti all’Alenia Thales di Roma, uno degli stabilimenti più grandi della «Tiburtina valley». A mezzogiorno meno dieci il vialetto d’ingresso era deserto. Poi, a piccoli gruppi, i lavoratori lo attraversano per passare dal reparto alla mensa. Si fermano, salutano, prendono il testo con la proposta di legge, firmano oppure buttano un occhio agli uffici della dirigenza. Qualche timore, di questi tempi, c’è sempre. Anche solo per esercitare un diritto. Tutto procede molto di corsa, perché qui «si lavora ». In 150, in meno di un’ora, mettono giù i propri dati. Niente male per uno stabilimento con appena 800 dipendenti, molti dei quali con alte qualifiche professionali (l’Alenia è prima azienda italiana nel comparto spaziale).
In 18 regioni si è fatto lo stesso. Davanti a imprese meccaniche grandi e piccole (questo comparto sta pagando la crisi con un calo di fatturato medio di oltre il 35%) la scena si è ripetuta. Fino a produrre, solo ieri, 5.000 firme. Il minimo per poter presentare la proposta a un parlamento mai come stavolta «sordo e grigio» sono 50.000; ma la Fiom si è data come obiettivo la cifra di 100.000. E in genere, i metalmeccanici, raggiungono gli obiettivi che si danno.