La finta parità tra uomini e donne

11/06/2010

Commento amaro, quello di Guglielmo Epifani: «Non esiste al mondo manovra di innalzamento dell’età pensionabile che da un giorno all’altro aumenta di cinque anni l’età pensionabile». Per il segretario generale della Cgil per arrivare alla parificazione di trattamento tra uomini e donne nel pubblico impiego, come ha chiesto l’Unione Europea, si poteva «utilizzare lo strumento della flessibilità uguale per uomini e donne, per i lavoratori pubblici e privati, in uscita verso la vecchiaia ».Mail governo ieri mattina ha deciso diversamente: dal primo gennaio 2012 le donne per poter andare in pensione dovranno aver compiuto 65 anni. Come gli uomini. E per molte di loro proseguirà il tormento del doppio lavoro: quello statale e quello di cura in ambito familiare. A dare l’annuncio ufficiale al termine del consiglio dei ministri è stato Maurizio Sacconi. Il ministro del lavoro, che nei giorni scorsi aveva cercato di contrattare senza molta convinzione con la Commissione Ue, l’innalzamento dell’età avverrà «senza passaggi intermedi». Sacconi ha anche spiegato che la nuova norma sarà presentata come emendamento alla manovra finanziaria 2011-2012. L’impatto del «blocco», secondo il ministro «sarà limitato e riguarderà una platea stimata in 25 mila donne».
Nel corso di una conferenza stampa, Sacconi ha sottolineato che la nuova normativa «non riguarda in alcun modo il settore privato, non è neanche la premessa per un intervento nel privato dove ci sono condizioni straordinariamente» diverse. Per il ministro della pubblica amministrazione, Renato Brunetta, l’intervento «non serve a fare cassa perché l’impatto economico sarà zero nel 2010 e nel 2011, 50 milioni nel 2012 e 150 nel 2013». Inoltre, ha assicurato, tutte le risorse risparmiate andranno ad un fondo sociale dedicato alle donne, secondo quanto proposto da Mara Carfagna, ministra per le pari opportunità. La mancanza di impatto finanziario nel 2010-2011 significa che fino alla fine del prossimo anno rimarranno in vigore le attuali norme varate circa un anno fa dopo la condanna dell’Italia da parte della Corte di giustizia europea. Quella legge prevedeva un progressivo innalzamento dell’età necessaria per aver diritto alla pensione di vecchiaia fino all’equiparazione uomini/donne nel 2018. In pratica ogni due anni era previsto un anno in pù. Per l’anno in corso e per il prossimo era prevista una età minima per maturare la pensione di 61 anni, mentre per il 2012 e il 2013 di anni ne sarebbero serviti 62 e così via, fino al 2018. Ora cambia tutto: a salvarsi saranno solo le donne che compiranno i 61 anni entro il 2011,mentre per tutte le altre dal primo gennaio 2012 serviranno 65 anni. In realtà il governo nella prima versione della manovra finanziaria aveva rimesso mano all’innalzamento progressivo dell’età: non più un anno ogni 24 mesi, ma ogni 18 mesi. In questo modo l’equiparazione sarebbe avvenuta non più nel 2018, ma nel 2016. Poi,misteriosamente, nella versione definitiva del decreto legge, questa modifica è scomparsa. Il governo avvisato da Bruxelles che la Commissione europea premeva per l’immediata equiparazione a 65 anni, ha deciso di fare bella figura, lasciando immutata la legislazione. Introducendo, tuttavia, un correttivo non da poco, il prolungamento di un anno dell’attività lavorativa. In pratica le donne potranno andare in pensione, un anno dopo aver maturato il diritto alla pensione di vecchiaia. Da quel che sembra, questa norma sarà matenuta in vigore solo per le donne che entro il 2011 maturano il diritto alla pensione di vecchiaia (quindi andranno in pensione non a 61 anni, ma a 62), mentre sarà abolita per tutte le altre, già abbondantemente penalizzate dall’innalzamento dell’età. Innalzamento «inaccettabile e non sensato», soprattutto se le risorse risparmiate non venissero utilizzate per garantire alle donne stesse «parità di condizioni di lavoro e di vita» con gli uomini, ha commentato Pier Luigi Bersani. Il segretario del Pd ha ribadito la posizione del suo partito affermando: «Siamo da sempre affezionati all’idea che questo problema si risolve con la flessibilità in uscita per tutti». In pratica, si tratta di prevedere «una soglia minima per l’età pensionabile e poi, per alcuni anni, una flessibilità in uscita in rapporto al livello di pensione percepita».