La fine dell’illusione tecnologica

19/06/2002

18 giugno 2002



NUOVO MERCATO
La fine dell’illusione tecnologica


FRANCESCA VENEZIA


Dall’inizio dell’anno ha perso il 30%, dieci più del Nasdaq e tre volte più del Mibtel di Piazza Affari: è il Numtel, l’indice del Nuovo Mercato, circuito creato nel `99 dalla Borsa di Milano per inseguire il miraggio della new economy e cavalcare il boom dei mercati azionari. Al suo interno 45 società quotate e nomi più e meno noti, dalla Tiscali di Renato Soru che negli ultimi sei mesi ha perso il 24% alla e.Biscom di Silvio Scaglia (meno 28%), passando da Freedomland, il grande imbroglio di Virgilio Degiovanni (meno 26%) e Opengate, prima matricola di questo circuito destinato ad imprese «ad alto potenziale di sviluppo» (meno 42%). Si tratta prevalentemente di società
high tech, ma sono rappresentati anche settori più tradizionali, come l’intrattenimento (Mondo Tv e Digital Bros), l’intermediazione di opere d’arte (Art’è), le apparecchiature medicali (El.En), le biotecnologie (Bbiotech) e il trasporto aereo (Gandalf). I requisiti meno stringenti per accedere a questo mercato rispetto a quelli del listino tradizionale, muovono dalla volontà di favorire l’innovazione attraverso un più facile accesso al capitale ma, passati gli iniziali entusiasmi e sgonfiatasi la bolla speculativa delle borse, qualcosa si è inceppato nella catena investitore-mercato-impresa.

L’inversione di marcia dei mercati globali e la débacle dei titoli telefonici e tecnologici al di qua e al di là dell’Oceano non poteva risparmiare il Nasdaq nostrano che, più sottile e quindi più volatile degli indici high tech esteri, ne ha amplificato la discesa. Gli investitori istituzionali (le banche per intenderci), inizialmente ingolositi dai guadagni facili della new economy, non appena il vento è girato, hanno abbandonato i titoli del Nuovo Mercato, lasciando «col cerino in mano» migliaia di piccoli risparmiatori. Infine, non è tutto oro quel che luccica. Se alcune delle società del Nuovo Mercato, tra cui Tiscali, divenuta in poco più di due anni il secondo fornitore di servizi Internet europeo, dietro solo alla tedesca TOnline, avevano un progetto industriale valido e azionisti determinati nel portarlo a compimento, altre hanno dimostrato minore determinazione e solidità. Non sono poi mancati azionisti e investitori che, una volta scaduto il periodo cosiddetto di lock-up, nel quale è vietato vendere, si sono precipitati a realizzare, abbandonando navi condannate al naufragio.

Non è casuale che, salvo pochissime eccezioni (quattro in totale) la maggior parte delle società quotate al Nuovo Mercato siano in profondo rosso rispetto al prezzo di collocamento. Gli esempi peggiori sono forse Freedomland e ePlanet, in calo di oltre l’80% rispetto al debutto.

Abbandonato dagli investitori istituzionali che lo considerano poco liquido, trascurato dagli analisti che non azzardano più giudizi e previsioni, il Nuovo Mercato è ormai la riserva dei cosiddetti day trader: piccoli risparmiatori senza bussola amanti del rischio e del «mordi e fuggi».

Sempre più di frequente questo mercato asfittico, dove basta un ordine in acquisto o in vendita un po’ più grosso dell’ordinario per far schizzare il prezzo di un titolo, si riduce a terreno di scorribande per gli speculatori. Non è difficile creare terremoti in un mercato dove passa meno del 2% dei circa 2,6 miliardi di euro scambiati giornalmente in Borsa. E’ di lunedì scorso la notizia che la Consob, organo di vigilanza dei mercati azionari, ha trasmesso alla magistratura la documentazione relativa ad un’ipotesi di aggiotaggio su alcuni titoli del Nuovo Mercato. Il fascicolo riguarda operazioni simulate sui titoli Onbanca, Cdb Web Tech, Finmatica, e.Planet, Freedomland e Vitaminic effettuate nel corso del 2000 e del 2001 «che hanno comportato alterazioni sensibili delle quantità scambiate in numerose giornate» spiega la Consob.

«E’ un mercato per i day trader, che comprano e vendono sulle voci di borsa. Perché dovrei consigliare ai clienti di comprare titoli che poi sono impossibili da vendere?» dice il responsabile di una sala operativa di una banca d’affari estera lamentando la scarsità dei volumi scambiati al Nuovo Mercato. «La sua nascita ha avuto un senso perché è avvenuta a cavallo del boom speculativo, in questo momento se il Nuovo Mercato chiudesse sarebbero in pochi a piangere», conclude.

Se può essere di qualche consolazione, la sorte degli analoghi circuiti europei non è stata più rosea: dall’inizio dell’anno il Nouveau Marché francese ha perso il 27%, mentre il Neuer Markt di Francoforte con le sue trecento società quotate, è in rosso quasi del 40%.

A chi serve dunque il Nasdaq italiano? Qualcuno ripone ancora in esso le sue speranze? Evidentemente sì, visto che, su una sessantina di società che hanno dichiarato di volersi quotare a Piazza Affari in un futuro più o meno remoto, 14 hanno annunciato di volerlo fare proprio sul Nuovo Mercato e, di queste, quattro (Arcotronics, Eagle Pictures, Kedrios e Sinergia 2000) sperano nel debutto entro l’anno.