La Fim: la Cgil dà copertura alle follie del terrorismo

12/05/2003



              10/5/2003

              SI ALLARGA LA SPACCATURA TRA I SINDACATI
              La Fim: la Cgil dà copertura alle follie del terrorismo
              Immediata la replica: un’offesa ai lavoratori

              Armando Zeni
              inviato a BRESCIA

              Divisi, distanti: i seimila delegati della Fiom-Cgil con il loro berrettino rosso e le pettorine gialle per il sì al referendum sull’articolo 18 in piazza Loggia, piazza simbolo dell’antifascismo sindacale. E i quattromila della Fim-Cisl e della Uilm venti chilometri più a sud, chiusi nel palazzetto dello sport di Montichiari, a sventolare le bandiere rosse e verdi quelli della Fim, quelle azzurro rosse quelli della Uilm. Due mondi mai tanto distanti chiamati a discutere il che fare dopo la firma del contratto nazionale dei metalmeccanici siglato dalle federazioni di Cisl e Uil ma non dalla Fiom che, anzi, accusa Fim e Uilm di «aver firmato un contratto di minoranza» e promette di continuare la lotta per il contratto a cominciare dallo sciopero generale già convocato per il 16 maggio. Così, nella Brescia che fu culla nei primi anni Settanta del sindacato unitario e della Flm, trent’anni dopo si celebra l’ultimo strappo, il più doloroso, che inevitabilmente vede le due diverse platee celebrare il giorno dell’orgoglio. Orgoglio e pregiudizio. Già, perchè la rottura è tale e tanta che i fischi, le urla ma anche le intimidazioni a chi ha firmato il contratto della discordia, a cominciare dal segretario generale Cisl Savino Pezzotta, si moltiplicano. Prima i fischi al comizio del 25 aprile, poi quelli ad Assisi il primo maggio, l’altro ieri quelli a Lucca con tanto di coro «venduto, venduto» e una voce in sottofondo «se avessi una pistola». Lui, Pezzotta, con il suo faccione grande e la voce da baritono getta acqua sul fuoco: «Dire che Pezzotta è venduto, passi – dice – ma è tutta un’altra cosa sentirselo dire in fabbrica». Di fischi, nel giorno dell’orgoglio Fim e Uilm per un «buon contratto», Pezzotta non vuol parlare («Il fischio è un vuoto celebrare»), preferisce parlare degli applausi – due minuti di applausi con tutto il palazzetto dello sport di Montichiari in piedi a scandire «Pezzotta, Pezzotta, alè oh oh» – ricevuti dai suoi delegati e preferisce lanciare un altolà: «E’ bene che tutti abbassino i toni». Ma l’altolà più deciso, più intenso, era arrivato qualche minuto prima per bocca del segretario nazionale della Fim Giorgio Caprioli. Tocca a lui, all’uomo della firma (insieme al segretario Uilm Tonino Regazzi), rispondere per le rime ai fischi e alle critiche degli uomini Fiom e Cgil. Difende, come è ovvio, il contratto («Sono 90 euro senza se e senza ma…») ma soprattutto picchia duro contro chi contesta Pezzotta rivolgendosi direttamente ai dirigenti Fiom e Cgil: «Con le cose che state dicendo in questi giorni state dando copertura politica alle follie del terrorismo», urla travolto dal boato dei quattromila. E più tardi, fuori comizio, ai giornalisti che gli chiedono precisazioni il segretario Fim spiega l’attacco durissimo con le «tante intimidazioni subite», con i «tanti funzionari messi sotto tutela dalla polizia». Aria pesante, pesantissima, fa capire lasciando intendere che di più non si può dire. Venti chilometri dividono l’assemblea Fim-Uilm dalla piazza bresciana della Fiom, ma le parole di Caprioli arrivano in un battibaleno e suscitano la reazione immediata di Gianni Rinaldini, il segretario Fiom, l’uomo della non-firma: «Accusare noi di alimentare il terrorismo? Un insulto ai lavoratori metalmeccanici e alla nostra storia», scandisce e la piazza scatta in piedi. Difende le ragioni del no al contratto, Rinaldini: non difende il potere d’acquisto, dice, è antidemocratico perchè firmato da una minoranza, è funzionale al disegno antisindacale della Federmeccanica. Per questo, aggiunge, continueremo la lotta e creeremo una cassa di resistenza per finanziarla. «Contratto, contratto», scandiscono i delegati Fiom dal berrettino rosso applaudendo la segretaria confederale Cgil Carla Cantore quando dice: «Non è democratico decidere le condizioni di lavoro di un milione e mezzo di lavoratori senza il consenso della Fiom, l’organizzazione più rappresentativa». Ma adesso, è l’invito finale della Cantore, «occorre assumere atteggiamenti di grande rigore per non passare dalla ragione al torto».