«La fiducia sulle pensioni, dal governo un atto di arroganza e prepotenza»

01/07/2004




giovedì 1 luglio 2004

I sindacati: vogliono impedire ogni discussione
«La fiducia sulle pensioni, dal governo un atto
di arroganza e prepotenza»

All’audizione alla Camera di oggi
Cgil, Cisl e Uil porteranno un documento comune

Marco Tedeschi

MILANO «Un atto di arroganza e prepotenza da parte del governo», così il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, giudica la riforma delle pensioni, su cui il governo ha già annunciato che chiederà la fiducia anche alla Camera, dopo averla imposta a Palazzo Madama. Secondo Epifani, il governo, «dopo aver negato ogni reale confronto con il sindacato, ha impedito anche al Parlamento di discutere su un testo di legge così importante. Impedire un normale percorso parlamentare sarebbe un ulteriore inaccettabile atto di protervia che denoterebbe anche la profonda debolezza e divisione all’interno del governo e della maggioranza che lo sostiene».
Ma oltre al danno, il governo aggiunge le beffe. Oggi infatti alla Camera è prevista l’audizione dei sindacati che si presenteranno con un documento comune sulla delega previdenziale. Un’audizione che non si capisce a che cosa servirà, se il governo porrà la fiducia impedendo quindi al Parlamento qualsiasi discissione. «Del resto questo esecutivo – afferma Cesare Damiano, responsabile Lavoro della Segreteria nazionale Ds – è abituato ad avere un atteggiamento che, a parole, invoca il confronto sociale ma, nei fatti, lo nega. La controriforma previdenziale stravolge la legge Dini. Innalza l’età di accesso alla pensione di anzianità; elimina la flessibilità pensionistica in uscita, a fronte di un mercato del lavoro flessibile; riduce le «finestre» che consentono di andare in pensione, portandole da quattro a due all’anno; peggiora la normativa sulla previdenza complementare. Di fronte a questa posizione del governo è necessario che nel Parlamento e nel Paese crescano una mobilitazione e una presa di coscienza del pericolo costituito dall’attacco che si sta portando allo stato sociale».
Ma anche la riforma delle pensioni (chiudere con la fiducia prima della pausa estiva o aprire ad eventuali nuove modifiche) è entrato tra i temi di scontro all’interno del governo. Ieri il ministro del Welfare, Roberto Maroni, ha precisato di ritenere «come ministro che si debba chiudere la riforma», ma come leghista di adeguarsi alle decisioni del partito che si è detto aperto a valutare miglioramenti. Maroni ha ricordato che la Lega aveva proposto di introdurre modifiche inserendo la possibilità di uscire dal lavoro con 57 anni di età e 35 di contributi per le donne senza penalizzazioni o comunque a 57 più 35 con la penalizzazione del calcolo contributivo, ma anche per gli uomini.
«Vorrei capire che cosa hanno in mente – ha commentato il umero uno della Cisl, Savino Pezzotta – sarebbe anche ora di sapere oggettivamente quali sono le volontà, quello che veramente pensano. Ormai su questa delega abbiamo visto cambi di posizione enormi e incomprensibili». Per Pezzotta, il governo dovrebbe invece rendersi conto soltanto che si tratta di una riforma sbagliata: «Sarebbe meglio per tutti rinviarla alla verifica del 2005. Forse si potrebbe trovare qualche soluzione più coerente e più corretta».