«La Fiat gioca pesante Radicalizza lo scontro per interessi propri»

29/01/2010

Da un lato c’è Fiat che chiude, si fa arrogante, sceglie unilateralmente. Dall’altro c’è il governo
che urla e protesta ma non fa, è impotente. I lavoratori stanno in mezzo e pagano». Alla vigilia dell’incontro per la Fiat, Guglielmo Epifani attacca e avverte: «Urgono soluzioni e non abbiamo tempo. Il tavolo non può essere solo tecnico, deve essere politico, autorevole ». E Fiat non si tiri fuori, concorra alla soluzione dei problemi.
Il presidente di Fiat, Luca di Montezemolo,
dice di volere il dialogo. Afferma però che Termini Imerese va chiusa, che la cassa integrazione per 30 mila lavoratori è doverosa e gli incentivi necessari. Mentre allo stabilimento siciliano
la produzione è sospesa sine die perché – dice Fiat – le proteste dei lavoratori impediscono il transito delle merci. Più che dialogare sembra giocare pesante. Con quale obiettivo?
«C’è un tentativo di Fiat di radicalizzare la situazione, giocare pesantemente per sostenere i propri interessi, aprendo fronti sociali sempre più gravi e tesi. Stupisce che fino a 2 anni fa si diceva che Termini Imerese andasse rilanciata: si dettero garanzie, si parlò di nuovi modelli. Oggi si dice il contrario, con la stessa sicurezza: e Termini è diventata una zavorra di cui liberarsi. A Pomigliano d’Arco ci sono precari per i quali abbiamo indicato diverse sbocchi, ma abbiamo trovato sempre porte chiuse. Infine, prima del tavolo si mettono in cassa integrazione tutti gli stabilimenti. È chiaro che si vuole radicalizzare lo scontro, si vuole premere in tutte le direzioni».
Usando il lavoro come ricatto?
«È un gioco pesante che non vedo nel resto d’Europa, nella altre compagnie automobilistiche. In Francia si discute della proposta di Sarkozy a non delocalizzare, qui si decide e basta. Dei lavoratori di Termini Imerese si dice “non è un problema nostro”. È questa la responsabilità sociale dell’impresa di cui si parla?»
Si è indignato anche il governo. Non potrebbe fare di più?
«È un altro fronte. Un anno fa il governo sbagliò, glielo dicemmo. Accordò gli incentivi (era necessario) ma non prese impegni con Fiat».
Mantenere occupazione e produzione in Italia?
«Certo, la moral suasion non bastava».
Non può farlo ora?
«Ora è più difficile. Gli incentivi sono necessari per un’uscita morbida da questa situazione, ma oggi non hanno l’impatto che potevano avere un anno fa. Così, di fronte alla decisione dell’azienda, si alza la voce ma nella sostanza non si fa nulla. Quindi abbiamo un’azienda che chiude con scelte unilaterali e arroganti, e un governo che avendo sbagliato prima ora alza la voce ma fa non sceglie. È un po’ impotente».
Un’azienda aggressiva che non guarda in faccia a nessuno, un governo che abbaia e non morde, impreparato e con scarso margine d’azione. Pagano i lavoratori?
«Si, stanno in mezzo e pagano. In un contesto, quello italiano, che ha un rapporto di 1 a 4 tra auto prodotte e auto vendute».
Che cosa ci si può oggettivamente aspettare dal tavolo?
«Dobbiamo evitare che sia un tavolo soltanto tecnico. Abbiamo bisogno di un tavolo autorevole, la partita è in parte deteriorata e con i tavoli tecnici non si va lontano. Del resto nell’ultimo incontro rimanemmo così,che avremmo fatto approfondimenti tecnici ma se ci fosse stato bisogno saremmo tornati a palazzo Chigi. L’impressione è che il tempo sia arrivato. Di fronte a questo aggravamento non basta urlare, protestare, bisogna trovare soluzioni, chiamare Fiat a un confronto vero, di merito sulle proprie responsabilità».
Fiat punta a incentivi più forti di quelli che sono stati prospettati. Non a caso l’annuncio della cig per tutti gli stabilimenti è stato letto come un ricatto. Lei dice che sono inevitabili per
un’uscita soft da questa situazione. Eppure è chiaro che gli incentivi drogano un mercato saturo e così si tiene a bada la questione sociale. Ma ogni anno è la stessa storia:non è tempo di cominciare a dirlo?
«Se non capisco male, i problemi di Fiat riguardano la caduta di vendite, in parte attesa, in Italia e in Germania. In Germania hanno cambiato la natura degli incentivi e invece di sostenere equamente tutte le imprese, ora sostengono le imprese nazionali. A danno anche di Fiat che l’anno scorso si era molto avvantaggiata degli incentivi tedeschi. In Italia, invece, si aspetta».
In ogni caso, gli altri cercano di proteggere i propri assetti produttivi.
«È vero. Lo fa Sarkozy, in modo discutibile ma lo fa, lo fa la Germania cambiando gli incentivi a favore dell’industria nazionale. Noi abbiamo da un lato la Fiat che chiude, fa l’arrogante, chiede; dall’altro un governo che urla ma non fa. Siamo dentro una commedia dove ognuno sembra fare la propria parte,ma l’interesse del lavoro, del sistema produttivo italiano va ramengo. Questa vicenda dice anche che se non metti in campo una idea di politica industriale il rischio è che il depauperamento continui».
Con quale posizione la Cgil va all’incontro di domani (oggi, ndr)?
«Ascolterà quanto dirà il ministro e solleciterà un tavolo politico che dia più forza a questa vertenza. Non vedo tempi lunghi, occorre agire. E trovare soluzioni che non escludano la Fiat: deve essere chiamata a concorrere, per forza».