La famiglia trattata come un ipermercato

26/05/2003

              domenica 25 maggio 2003

              il bonus Maroni
              La famiglia trattata
              come un ipermercato
              Mario Centorrino
              Nell’ambito delle misure che il governo intende adottare quali agevolazioni per il rilancio della spesa familiare, sembra assai probabile la concessione di 800 euro annuali (per un numero di anni ancora indeterminato, da uno a tre si prospetta) ad ogni famiglia con un neonato.
              Misura ben diversa dal cosiddetto «baby bond», una politica
              sociale inglese, in via comunque di ridefinizione, che prevede l’intestazione a ciascun nascituro di un fondo alimentato da risorse pubbliche e da versamenti familiari, i cui prelievi, necessari per
              l’allevamento, la formazione, l’avvio all’occupazione dei figli, vengono poi restituiti nell’arco successivo della vita lavorativa dei figli stessi.
              Il bonus Maroni si propone, invece, con meno ambizioni,
              di incentivare le nascite e contemporaneamente anche i consumi di beni durevoli, ivi comprese culle e carrozzine, consumi spinti ulteriormente da sussidi alla rottamazione oltre che delle stesse
              culle e delle carrozzine, dei mobili e degli elettrodomestici.
              L’ipotesi si lega ad una precisa opzione ideologica: la scelta cioè della famiglia, e non più del singolo, come soggetto cui dedicare forme di protezione. Senza entrare nel merito del meccanismo
              teorizzato, in cui una maggior spesa della famiglia viene collegata all’estensione del suo nucleo, val la pena di raffrontare l’agevolazione prevista con i materiali di conoscenza disponibili sul
              cosiddetto «costo dei figli».
              Composto – è noto – da almeno due elementi: il costo del mantenimento appunto dei figli stessi ed il costo-opportunità del
              tempo che deve esser loro dedicato.
              Costi tendenti ad aumentare via via che i figli crescono. Intanto,
              perché i beni tangibili ed intangibili (l’istruzione) da fornire a un figlio adolescente sono maggiori e più costosi di quelli occorrenti per un figlio piccolo.
              In secondo luogo, perché quanto più a lungo una donna (la madre, cioè, sulla quale grava, in quota maggiore, il costo-opportunità del tempo dedicato al figlio) sta fuori dal mercato del lavoro per dedicarsi alla cura del figlio stesso, tanto più difficile per lei ne risulterà il rientro.
              Chiara Saraceno (ved. lavoce.info ) riprendendo gli studi di esperti (Drudi e Filippucci) ricorda come, nel 1995, una famiglia con un bambino fino a sei anni, per mantenere lo stesso tenore di
              vita di una famiglia senza figli con una spesa mensile pari alla media di quell’anno (3.900.000), avrebbe dovuto sostenere una spesa aggiuntiva mensile pari, all’incirca, a 1.600.000
              lire.
              A parte possibili aggiustamenti, in relazione ai diversi stili di vita che la presenza o meno di figli comportano, resta questo un ordine di grandezza significativo per farci comprendere la sostanziale
              sproporzione tra il costo effettivo di un figlio rispetto all’entità del bonus previsto dal governo che ne dovrebbe incoraggiare la procreazione.
              Cosi come lascia perplessi, siamo su un altro versante
              di ragionamento, l’attenzione alla famiglia non tanto quale cellula sociale di coesione quanto come istituzione generatrice di spesa. Più che giusto dedicare cure alla famiglia ed ai suoi bisogni, costruendo un sistema di protezione più adeguato alle nuove circostanze del lavoro flessibile e meno residuale rispetto a forme di solidarietà prescritte e attese. Ma l’idea di favorire la natalità, innanzi
              tutto, per aumentare la domanda di nuove culle e carrozzine ci sembra più marketing da ipermercato che modello di stato sociale.