La faida di Forza Italia contro il ministro

02/07/2002


MARTEDÌ, 02 LUGLIO 2002
 
Prima Pagina e pag 2
 
Il RETROSCENA
 
La faida di Forza Italia contro il ministro
 
Contro l´uomo più potente del partito gli attacchi dei rivali di sempre
  
Forza Italia tra agguati e minacce è guerra a Claudio il Mandarino

Con Tremonti avversione della prima ora: il filoleghista contro il post-dc

La rivalità con Frattini, che confida: anche Berlusconi ha capito che Scajola è un bluff

ROMA
CONCITA DE GREGORIO

Con Dell´Utri una ruggine corposa dopo lo scontro per la successione nel partito tra i due alfieri Miccichè e Tajani
IL Mandarino di Imperia non molla, sennò non sarebbe arrivato dov´è. È partito sindaco di provincia, democristiano testa quadra. Giocava coi trenini Lima nel week end, nella villa di Oneglia metteva a posto in vetrinetta le figurine del presepe. Sono passati dieci anni. Ha incontrato il Cavaliere e ci si è messo al servizio ("mi ha folgorato, è un sole"), a forza di ordinare faldoni – archivia e conserva, conserva e ricorda – eccolo al Viminale, l´uomo più potente in Forza Italia e nel governo: il vero, l´unico numero due di Berlusconi, altro che vicepresidenti e portavoce. Si capisce che gli altri – allineati più indietro, in fila – se ne abbiano a male: Tremonti, Martino, Frattini, Dell´Utri non ne hanno simpatia, ecco. C´è un harem, e c´è la favorita: le altre, potendo, ne prenderebbero il posto fra un minuto.
Il Mandarino vacilla, barcolla, persino si scusa se serve, ma andarsene no: in politica si aspetta, lo disse già quando lo misero in galera per quella storia dei Casinò. Si aspetta, tanto tutto passa. Berlusconi non lo può scaricare, di questo è sicuro: lui – Scajola – gli ha costruito il partito, ha trasformato lo stand di plastica in una corazzata d´acciaio, ci ha messo un po´ di tempo e in tutto questo tempo è stato sempre lì, nella manica del Cavaliere. E´ uno di quelli che se dovessero risentirsi avrebbero begli aneddoti da raccontare: altro che Dotti e Mancuso, altro che Sgarbi. Il Mandarino ha abitato anni dentro la camera blindata, quella delle carte e delle telefonate riservate, dei patti e degli scambi. Non è una buona idea lasciarlo andare, Berlusconi lo sa bene, difatti gli telefona e concorda: "Tu mi offri le dimissioni, io le respingo. Mi prendo io la responsabilità".
Queste però sono giornatacce. "Le peggiori dei miei ultimi anni", dice lui sempre dalla villa ligure. Perché ha chiarissimo che Berlusconi lo copre, ma è l´unico. Dentro Forza Italia si è aperta una faida senza nome. I terzi i quarti e i quinti nell´ordine di preferenza del Principale non aspettano altro che Scajola il protervo cada sotto il peso della sua sicumera. "Claudio è uno che ti piglia a calci per vedere come reagisci. Ha questo atteggiamento western, crea sempre un clima da mezzogiorno di fuoco. Se resisti, allora sei degno di parlare con lui", descrive Simone Baldelli, capo dei giovani di Forza Italia. Franco Frattini – il Delfino, l´eterno designato – non ha mai avuto voglia di farsi prendere a calci. Doveva fare il ministro dell´Interno, Berlusconi gli ha preferito Scajola. Poi doveva fare il ministro degli Esteri, ma ancora non se ne parla. Magari non è vero, come Scajola sospetta, che sia sua la "manina" che ha messo in circolazione il floppy con le lettere di Biagi. Un sospetto facile, che agli amici liguri il Mandarino espone chiaro: Frattini ha il controllo sui servizi segreti, ha accesso ai documenti riservati. Non è strano che queste lettere escano adesso, a freddo, senza che si capisca da dove vengono? Magari non è stato Frattini, ma certo non gli è dispiaciuto. "Ecco come si finisce ad ostentare troppa sicurezza – diceva ieri in privato il ministro della Funzione pubblica, sempre in attesa di più alto incarico – Anche Berlusconi ha capito che Scajola è un bluff, non ne può più di lui", e di seguito l´elenco degli errori commessi dal collega: ha lasciato 82 miliardi di debito al partito, ha sbagliato i conti nel proporzionale e ora ci sono 12 seggi vuoti, ha fatto un disastro a Genova e per giunta lo ha rivendicato. Veleni sottopelle, è ovvio. Nessuno parla a voce alta, ma neanche lo fa per dire una parola buona. Non uno dei pezzi da novanta di Forza Italia ha "espresso solidarietà", come si usa fare nel linguaggio obliquo della politica, al Mandarino. Non Frattini. Non Tremonti, suo nemico storico: uno è l´anima filoleghista del governo, l´altro il contropotere democristiano, è un´eterna guerra per avere più diretta la luce del sole Berlusconi. Non Martino, sempre oscurato dalla stella Scajola, meno che mai Dell´Utri, tra i potenti il meno dotato di poteri visibili (non un ministero, non un incarico di governo) eppure il più vicino al sole di tutti. L´unico, per dire, ad avere una camera da letto in via del Plebiscito, a casa Berlusconi. Con Dell´Utri la ruggine è corposa. Quando Scajola andò al Viminale lasciando il coordinamento del partito il bibliotecario a cui Berlusconi ha affidato tutti i suoi libri e molto del resto voleva che quel posto fosse per Miccichè, il siciliano. Scajola oppose a Miccichè (e a Dell´Utri) la candidatura Tajani. Fu un braccio di ferro che dopo mesi Berlusconi sbloccò una notte, non dando ragione né all´uno né all´altro dei suoi prodi in lite: tirò fuori dal cilindro il signor Antonione. Il clan Dell´Utri, ostile assai al Mandarino, si è andato via via ingrossato da Miccichè al napoletano Martusciello, poi a Bondi – un altro che vive ad Arcore, fa il portavoce – ultimamente estensore del "manifesto degli intellettuali". "E´ meglio che tu parli di meno", ha detto giorni fa Scajola proprio a Bondi, colpevole di aver additato "il partito delle tessere". Una delle sue uscite western. Bondi, un paio di giorni dopo, non si è chinato per aiutarlo ad alzarsi. E´ rimasto fermo immobile, in silenzio.
D´altra parte il "partito delle tessere" è la forza di Scajola. Le candidature le ha decise e curate lui una per una, comprese quelle di pregiudicati ineleggibili a cui ha cambiato nome. Lui con quei suoi faldoni in ordine alfabetico per i quali tanto lo hanno sbeffeggiato. "Sembra caduto da una tasca di Berlusconi", diceva Colletti il filosofo. "è uno Staraciotto", lo derideva Biondi. Poi il partito alle elezioni ha fatto il botto e dopo la vittoria elettorale persino Giuliano Ferrara, persino Gianni Baget Bozzo – consiglieri un tempo in prima fila nella considerazione di Berlusconi, oggi più in ombra – avevano smesso di trattarlo da uomo di fatiche, uomo di compromessi e di vecchia Dc. Uno tra l´altro intellettualmente poco raffinato, si è laureato l´anno scorso. E però sono poi il partito e le tessere quello che conta: i coordinatori regionali – con le eccezioni di Sicilia e Campania, s´è visto – sono tutti con lui. Il Mandarino ha il sostegno di Vito e di Schifani, presidenti dei gruppi delle Camere, oltrechè di una quantità di deputati che gli devono il collegio e l´immunità parlamentare. Ha dalla sua Viceconte, Nan, Tajani, Rosso, Romani: i vicerè locali. E poi ha il Viminale, che costituisce da solo, da sempre, un potere autonomo nel governo dello Stato.
La foto finale è perciò questa. Da una parte i maggiorenti, le stelle più brillanti nel cielo del sole: contro di lui. Dall´altra i quadri e gli eletti, anonimi ma potenti: con lui. Giuliano Ferrara dà voce ai primi, chiede oggi sul Foglio le dimissioni del "ministro della malaparola". Enrico Nan, capo dei forzisti liguri, elogia al contrario "l´uomo tutto d´un pezzo". In mezzo Antonione e Baldelli, coordinatori degli azzurri grandi e piccoli: assumono una difesa d´ufficio, neutra e istituzionale. Ci vuol altro, si capisce. Ci vuole che Berlusconi gli faccia ancora scudo col suo corpo, a dispetto di superministri e delfini. Bisogna che lo difenda come difendesse se stesso: glielo ha promesso, domenica con le dimissioni lo ha fatto, vediamo domani alle Camere. Vediamo se davvero si è stancato del Mandarino, come dice Frattini, o se invece no, e allora basta tenere la postazione. Basta stare fermi e aspettare, tanto poi tutto passa.