La dura vita dello stagista ecco le regole per non farsi sfruttare

28/06/2010

In Italia sono 500mila ogni anno. Un esercito di laureati, poco tutelati, destinati per lo più al precariato Ora esce un libro che ne raccoglie le storie. E che spiega come il nostro Paese stia sprecando una generazione Michele, 29 anni, laureato in legge con lode, praticante non retribuito di giorno in uno studio legale e assicuratore part-time la sera, due lavori per mezzo stipendio, frustrato dal nonnismo forense si chiede sconsolato: «N’è valsa la pena studiare? Ho amici pescatori, muratori, elettricisti, che a 30 anni hanno indipendenza economica, dei risparmi messi da parte…». La stessa domanda se la pongono in tanti nell’Italia che ogni anno sforna 500mila stagisti. Una moltitudine di laureati e diplomati che affolla le aziende con prospettive minime: secondo il Rapporto Excelsior dell’Unioncamere solo il 9,4 per cento viene assunto alla fine del tirocinio, ma l’indagine è del 2008 e la crisi economica mondiale ha ridimensionato ulteriormente il dato. Dopotutto solo in Italia la legge sugli stage – varata come rivoluzionaria nel 1998 con il pacchetto Treu – non prevede retribuzione, non fissa limiti di età, ammette proroghe ad libitum. In teoria un laureato non potrebbe fare più di un anno da stagista, ma non ci sono sanzioni per i datori di lavoro. In Francia, Belgio, Irlanda, Svizzera la norma impone un salario minimo; in Inghilterra, Spagnae Usa gli stage fuori dal percorso formativo sono ritenuti assurdi. Da noi invece s’inizia alla fine degli studi, e si può restare stagista fino alla soglia dei 40 anni. «Usati come kleenex dalle aziende», denuncia Eleonora Voltolina, 30 anni, giornalista, che dopo cinque tirocini ha aperto un blog di successo "La Repubblica degli stagisti", che ora dà il titolo a un libro edito da Laterza con il sottotitolo: "Come non farsi sfruttare". Solida inchiesta, ricca di storie: fotografa bene il Paese reale. Stagisti non solo vecchi, ma pure poveri: il 52 per cento ha fatto lo stage senza vedere un euro, il 30 per cento prendendo meno di 500 euro netti, ma il 58 per cento almeno ha mangiato gratis nella mensa aziendale. Scandalo nello scandalo sono gli "stage di Stato", personale regalato dal pubblico alle aziende, come quello di Promuovi Italia – 60 milioni di euro in tre anni per formare personale nel turismo – o quello di Italia Lavoro – 120 milioni di euro per realizzare seimila interventi occupazionali al Sud. In quest’ultimo caso lo stagista prende 500 euro se lo fa in un’azienda vicino casa, 1200 euro se si sposta fuori Regione, 1600 se emigra all’estero. Non sono previsti limiti d’età, l’azienda viene rimborsata con 250 euro per il tutor, e se al termine dei quattro mesi assume il tirocinante a tempo indeterminato riceve pure un bonus di 5mila euro. La puzza di clientelismo è fortissima, come dimostrano i casi della Regione Calabria – denunciati da Repubblica.it lo scorso mese di gennaio – e della Regione Basilicata. Scrive la Voltolina: «Solo per il rimborso del tutor lo Stato avrà regalato 6 milioni di euro a poche centinaia di aziende con un indennizzo per il disturbo di cui non godono le altre imprese che ospitano stagisti». Che fare? In trentamila ogni anno voltano le spalle all’Italia. Ciao. Il caso di Olimpia, 26 anni, laurea in economia aziendale alla Luiss, è esemplare: qui le hanno proposto uno stage dopo l’altro, in Olanda subito un lavoro di 2mila euro netti. Qua è ritenuta una ragazzina, là una professionista fatta. Un altro emigrato, Riccardo, laurea in legge: "In Italia non ci torno nemmeno per le ferie, troppo care. Meglio Grecia e Turchia". È una generazione brillante che stiamo perdendo. Gli altri resistono, di stage in stage, perché "ogni volta rimane il dubbio di aver perso un’occasione" (Antonella da Foggia, laurea in scienze della comunicazione). "Non subire lo stage, ma usarlo a proprio vantaggio" ammonisce la Voltolina, che sul suo sito dà un bollino doc alle aziende virtuose e già in 30 hanno aderito all’iniziativa. Ci sono almeno nove aspetti ai quali un giovane dovrebbe badare prima d’infilarsi nell’ennesimo imbuto: scegliere un’azienda che punti sui giovanissimi e su pochi elementi, non assuma per sostituzioni ferie o maternità, fornisca un tutor degno di questo nome, assuma il 30 per cento di quelli che forma, garantisca un rimborso spese di almeno 500 euro netti, fissi un limite massimo di sei mesi e zero proroghe, promuova l’apprendistato. È così da sempre che entrano nel mondo del lavoro generazioni di giovani europei. In Italia non è mai decollato. Forse perché l’apprendista va formato sul serio e soprattutto pagato. Per due anni.