La drammatica crisi dei consumi

26/07/2004


          sabato 24 Luglio 2004

            La drammatica crisi dei consumi
            Crollano le vendite al dettaglio, le famiglie non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese

              Angelo Faccinetto

                MILANO Berlusconi ha reso gli italiani più poveri. Le famiglie faticano ad arrivare a fine mese. I consumi crollano. Basta guardare i dati: abbigliamento meno 4,3 per cento; pelletteria e calzature meno 4,4; profumeria meno 4,2; giocattoli e sport meno 3,4; libri e giornali meno 3,3; casalinghi meno 3,1; utensileria meno 2,7; elettrodomestici, radio e tv meno 1,1. E giù, in picchiata, anche i prodotti alimentari – meno 3,5 per cento -, telefonate e telefonini, meno 2,2, e pure orologi e gioielli (meno 2,7 per cento) tradizionale consumo-investimento di chi ha disponibilità. Altro che ripresa.
                Nel complesso in maggio, secondo i dati forniti ieri dall’Istat, le vendite hanno fatto registrare, rispetto all’anno prima, una diminuzione del 3,2 per cento. Un crollo senza precedenti negli ultimi dieci anni (da quando cioè esistono statistiche confrontabili), che ha colpito indistintamente piccola e grande distribuzione. E male, le cose, sono andate anche rispetto ad aprile: meno 0,6 per cento. Un segno più, risicatissimo (0,2 per cento), resiste solo nel confronto tra i primi cinque mesi di quest’anno con quelli del 2003. Mentre anche la stagione dei saldi, iniziata ai primi di luglio, si annuncia negativa.
                Ma ecco l’andamento in dettaglio. Il calo tendenziale del 3,2 per cento – spiega l’istituto di statistica – è la risultante di una diminuzione che si è verificata sia nelle vendite della grande distribuzione (meno 3,1 per cento) che in quelle dei piccoli negozi (meno 3,2 per cento). Anche se la grande distribuzione si è difesa meglio rispetto alle botteghe a conduzione familiare soprattutto per quel che riguarda gli alimentari. Mentre tra le diverse forme della grande distribuzione solo gli ipermercati hanno registrato un incremento tendenziale del valore delle vendite. Più 2,5 per cento, sostanzialmente in linea con l’andamento dell’inflazione. Diminuzioni particolarmente marcate si sono manifestate nei grandi magazzini (meno 15 per cento) e nei centri specializzati (meno 8,5 per cento).
                Anche su base geografica non si salva nessuno. Le vendite al dettaglio sono diminuite in tutta Italia. Dal Nord al Sud. Anche se le flessioni più marcate hanno riguardato, col 3,7 per cento, soprattutto il Mezzogiorno e il Nord-est (meno 3,6 per cento). Dove ad essere maggiormente penalizzati sono stati i prodotti non alimentari, rispettivamente con un meno 3,9 e un 3,5 per cento. Solo nel Nord-Ovest, questi ultimi, nel confronto tra i primi cinque mesi dell’anno, hanno fatto registrare una variazione positiva: più 0,3 per cento.
                Davanti a questo disastro, preoccupatissime le reazioni di sindacati, associazioni di categoria e consumatori. «È un segnale molto preoccupante dello stato di salute dell’economia italiana che sembra indicare un peggioramento complessivo nel corso del 2004» – afferma in un comunicato Confcommercio. Che aggiunge: «È il dato peggiore degli ultimi dieci anni e colpisce anche le aziende di grandi dimensioni, per le quali il calo in termini quantitativi è del 4,4 per cento».
                Segno, appunto, che tutto il mercato è ormai interessato dalla crisi. E che le famiglie – come sottolinea la Cgil – faticano sempre di più a tirare avanti. «È la conferma dell’ulteriore aggravamento delle condizioni materiali di lavoratori e pensionati e delle difficoltà dell’apparato produttivo che proprio dal mercato interno dovrebbe invece attingere risorse» – commenta Maurigia Maulucci, segretario confederale della Cgil.
                Già, ma le cause di questa situazione sempre più difficile? Confcommercio punta il dito sullo scarto tra la ripresa mondiale ed europea e quella italiana. Confesercenti, sulla sfiducia dei consumatori e sulle prospettive dell’economia, «lastricate di grandi promesse e di pochi fatti». E sulle incertezze che gravano sul futuro. Visto che le prospettive legate all’annunciata manovra per il 2005 sono più che allarmanti. «Non poteva essere altrimenti – commenta Paolo Pirani, segretario confederale Uil -. Se a recessione si accompagnano politiche recessive, si ottiene inevitabilmente un crollo dei consumi. Occorrono politiche di sostegno non solo al sistema produttivo, ma anche al singolo consumatore e cittadino». Invece, tra rinnovi contrattuali in ritardo e tasse in aumento (a dispetto delle promesse, a pagarne le conseguenze sono i cittadini. Quindi i consumi. Quindi l’economia.