«La distribuzione non può sopportare ulteriori sacrifici»

25/02/2011

Il 2011 sarà un anno complesso per le aziende della grande distribuzione schiacciate tra l’aumento dei prezzi delle materie prime, che si ripercuoterà inevitabilmente sui prezzi finali ai consumatori, e una pressione promozionale che si manterrà elevata a sostegno della domanda interna, ma a scapito dei margini. Le previsioni sul settore arrivano da Giovanni Cobolli Gigli, nuovo presidente di Federdistribuzione che avverte: «Per andare avanti e non restare al palo in questo momento di crisi tutti i protagonisti della filiera, produttori e distributori, dovrebbero capire questa emergenza, mitigare la conflittualità e trasmettere alle istituzioni un senso di responsabilità».
Presidente, lei è già stato alla guida di Federdistribuzione dal 2003 al 2006. Quale situazione ha trovato al suo ritorno?
Nel 2003 ho avuto l’opportunità di diventare presidente della Faid, che poi è diventata Federdistribuzione. Da quel momento abbiamo iniziato ad associare marchi anche del non-alimentare e adesso le maggiori insegne, dall’elettronica all’abbigliamento al bricolage fino all’ottica e all’arredamento, fanno parte della nostra organizzazione. A dimostrazione che le aziende della distribuzione moderna costituiscono un sistema complesso e con un peso rilevante sull’economia del paese veicolando il 36% dei consumi delle famiglie italiane e dando lavoro a centinaia di migliaia di persone su tutto il territorio nazionale. Tuttavia la crescita del settore si è arrestata con la crisi dei consumi, ma non solo.
A cosa si riferisce?
Dagli anni 80 le aziende della distribuzione moderna sono cresciute di dimensione, ma ancora adesso il loro peso è di gran lunga inferiore a quello che hanno raggiunto negli altri paesi europei. Il primo obiettivo è continuare a crescere per garantire sempre più convenienza, servizi, innovazione e qualità ai consumatori. Tuttavia esiste ancora una posizione di resistenza a livello istituzionale, sia nazionale sia regionale e locale, allo sviluppo del settore.
Su quali fronti in particolare?
Sulle liberalizzazioni, tanto per cominciare. Ad esempio vorremmo aumentare il numero dei corner delle parafarmacie, presidiate dal farmacista, allargando l’offerta e avendo la possibilità di vendere anche una lista di farmaci otc, per dare servizio aggiuntivo ai nostri clienti a prezzi convenienti. Un altro esempio sono i carburanti. Ma in entrambi i casi registriamo la volontà di frenare la nostra crescita. Questo nonostante sia stato dimostrato da uno studio del Cermes Bocconi come una maggiore concorrenza e liberalizzazione nella distribuzione alimentare e non alimentare, nelle banche e assicurazioni porterebbe un risparmio annuo stimato per famiglie e imprese di quasi 23 miliardi di euro, cioè minori uscite, nel budget di ogni singola famiglia, nell’ordine di 930 euro. Un altro aspetto è quello delle aperture domenicali. Da regioni a vocazione turistica in cui i punti vendita sono aperti quasi tutte le domeniche, arrivano segnali di ripensamento in termini di minori aperture. Penso ad esempio alla Sicilia e al Piemonte. Ma chi crede che questo possa essere fatto senza alcuna conseguenza sbaglia. In primo luogo è evidente il minor servizio offerto al consumatore; inoltre esistono insormontabili problemi occupazionali. Se una catena prevede di aprire per 52 domeniche che poi vengono ridotte a 20 si dovrà ricorrere alla cassa integrazione o, peggio, a licenziamenti. Un altro aspetto che concerne la distribuzione non alimentare riguarda la limitazione delle promozioni e il rispetto di vincoli temporali ormai divenuti antistorici.

Senza dimenticare che il settore quest’anno si trova ad affrontare un altro problema: l’aumento dei prezzi delle materie prime…
C’è una preoccupazione enorme per le tensioni che arrivano dai mercati. Nel 2010 i prezzi delle materie prime sono cresciuti del 40% nel non alimentare e del 35% nell’alimentare. Questi incrementi si stanno riflettendo in aumenti dei prezzi alla produzione (+4,8% a dicembre 2010) con conseguenti richieste di aumenti da parte dell’industria che non potranno più essere riassorbiti dalla Gdo che negli ultimi anni ha assunto un ruolo di calmieratore a scapito della propria redditività. Da un campione significativo di aziende del settore si evince che dal 2006 al 2009 l’incidenza dell’utile netto sul fatturato è passata dal 2,2% allo 0,2%. Siamo arrivati a un punto di non ritorno perciò è naturale pensare che sia inevitabile un aumento dei prezzi finali al consumatore che, secondo stime di Indicod-Ecr, per i prodotti di largo consumo nel 2011 sarà mediamente tra l’1,5% e il 2%. In questo quadro complesso gli operatori della distribuzione hanno difficoltà a capire gli atteggiamenti della produzione che li ha recentemente attaccati, in sede europea, tacciandoli di pratiche sleali nella stipula dei contratti. Al contrario l’atteggiamento della distribuzione è di lavorare in sede comunitaria per concordare una serie di principi generali di trasparenza e correttezza che regolino le fasi della negoziazione. A questo si aggiunge che in Italia è da più di due anni che la distribuzione sta discutendo con Federalimentare un accordo a tutela della parte più debole del settore, cioè la piccola e media impresa, sia essa industriale o distributiva. Purtroppo non vi è stata ancora la volontà di concludere l’accordo. In un momento di particolare crisi dei consumi come questo è un errore fermarsi su questioni di breve respiro come quelle sollevate in sede comunitaria invece di avere una visione comune di livello più alto, per esempio in materia fiscale, o di insistere insieme per ottenere una svolta della politica economica in direzione di liberalizzazioni e concorrenza. È arrivato il momento di cambiare e di guardare in avanti. Altrimenti si perde una grande occasione.