La disoccupazione scende all’8,3%

25/09/2003




25 Settembre 2003

La disoccupazione scende all’8,3%
Maroni: dati importanti, anche senza incentivi si resta di più al lavoro
Stefano Lepri

ROMA
Occupati stabili, disoccupati in lieve calo, nonostante l’economia ristagni. L’ultima indagine campionaria trimestrale sul lavoro, svolta dall’Istat in luglio, dà dati ambigui, che si possono interpretare in diversi mondi. «Una parziale battuta d’arresto» secondo l’Isae, istituto pubblico di analisi economica, e secondo la Confindustria; un dato «molto positivo» per il ministro Roberto Maroni e per altre voci del governo.

231 MILA POSTI IN PIU’.
In un anno, nel confronto con il luglio 2002, i posti di lavoro sono cresciuti di 231.000, ossia +1 per cento; invariati lo sono nel confronto destagionalizzato con la precedente indagine, condotta in aprile. Ma questi 231.000 solo in piccola parte sembrerebbero giovani che hanno trovato un primo impiego; perlopiù sono lavoratori anziani che non l’hanno lasciato. Nei 12 mesi risultano 161.000 occupati in più nella sola fascia di età da 50 a 59 anni: è forse l’aspetto più interessante dell’intera indagine.
Il tasso di disoccupazione, sceso in un anno dall’8,7% all’8,3 per cento, è ora inferiore alla media europea; in numero, per la prima volta siamo un filo sotto i 2 milioni, a 1.999.000. E’ una strana onda lunga quella che investe l’Italia: da sette anni (1996) l’occupazione aumenta e ha continuato ad aumentare anche negli ultimi tempi in assenza di crescita economica; da quattro anni (1999) la disoccupazione diminuisce.

Diversi economisti sostengono che si tratta di una lenta emersione del lavoro sommerso, occupazione «in nero» che viene messa in regola, almeno nell’industria e nei servizi; mentre la riduzione forte di posti che al contrario si registra nell’agricoltura (34.000 in meno in 12 mesi) sarebbe dovuta al crescente uso nei campi di immigrati irregolari e a tempo parziale, che non compaiono.
I dati di cui si parla, è bene ricordarlo, vengono da una indagine campionaria: gli incaricati dell’Istat contattano un certo numero di persone a cui fanno domande sulla loro situazione lavorativa.

IL NORD SOFFRE.
Altrove in Europa, l’attuale fase di stagnazione infoltisce le file dei disoccupati. Da noi no, o ancora no: appena l’altro giorno, l’indagine sulla fiducia dei consumatori rivelava che i timori per il posto di lavoro stanno tornando ad aumentare. E lo stesso calo del numero di persone che si dichiarano in cerca di lavoro, certificato dall’indagine Istat, potrebbe essere un brutto segno, spiega il Centro studi della Confindustria: di «crescente scoraggiamento rispetto alla possibilità di trovare un’occupazione alla luce delle peggiorate condizioni complessive dell’economia». Nel Nord, l’area più produttiva del Paese ma anche più sensibile al ciclo economico, dal calcolo destagionalizzato del trimestre risultano già 9.000 posti in meno.

LA SCELTA DEGLI OVER 50.
Proprio mentre si parla di riforma delle pensioni, e della necessità che la gente lavori più a lungo, i dati Istat di ieri mostrano che qualcosa sta già avvenendo. Nell’interpretazione che ne dà l’Isae, la consistente crescita del numero di persone tra i 50 e i 59 anni che si dichiarano occupate ha tre cause: «il graduale allungamento dell’età» a cui si lascia il lavoro, per effetto delle riforme già compiute»; «l’abolizione del divieto di cumulo fra pensioni e redditi di lavoro» che spinge a dichiararsi occupate persone che prima preferivano nasconderlo; e «la riduzione del ricorso ai prepensionamenti» da parte delle aziende.

EMERGE IL SOMMERSO.
Secondo il sociologo del lavoro Aris Accornero si tratta «in parte dell’emersione dal nero di alcuni di loro ed in parte di un rientro nel mondo del lavoro».
Questa parte della notizia risulta molto gradita al ministro Maroni. «I lavoratori autonomamente – dice – anche in assenza degli incentivi che noi vogliamo introdurre, restano più a lungo al lavoro. Sono indotti a rimanere anche perché nelle imprese del Nord c’è difficoltà a trovare lavoratori. È un dato positivo legato anche all’aspettativa rispetto agli incentivi, che dobbiamo consolidare». Peraltro nel governo si sta discutendo se fare marcia indietro sull’abolizione del divieto di cumulo tra pensione e salario, che secondo gli esperti dell’Isae ha spinto un maggiore numero di persone oltre i 50 a dichiararsi occupate agli intervistatori dell’Istat.