La deriva delle tute blu (M.Giannini)

12/09/2007
    mercoledì 12 settembre 2007

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      La deriva delle tute blu

        Massimo Giannini

        La Fiom boccia il protocollo governo-parti sociali su pensioni e Welfare, per la prima volta rompe con la Cgil. Prodi annuncia ufficialmente che la prossima Finanziaria non conterrà nuove tasse, e per la prima volta non prevederà misure di risanamento. Due fatti, a loro modo "storici". La Fiom non disdettava un accordo interconfederale dal 1946, dai tempi di De Gasperi, Di Vittorio e Costa. Un governo non varava una manovra senza sacrifici forse dai primi anni ´60, dai tempi del miracolo economico. Qui sta il paradosso italiano. Un Paese drammaticamente sospeso, tra un passato impossibile che non si riesce ad archiviare e un futuro possibile che non si riesce a imboccare. Nello strappo della Fiom si compie il destino di un´illusione. La cultura operaista del vecchio pansindacalismo metalmeccanico di trent´anni fa. L´idea fordista della tuta blu come centro dell´universo industriale, sociale e quindi alla fine anche politico.

        La vocazione frazionista della parte che pretende di rappresentare il tutto. Negli anni ´70 fu un pericoloso abbaglio, benché allora la Quinta Lega di Mirafiori contasse quasi come un partito, e la spallata delle piazze operaie facesse cadere i governi come birilli. Oggi è un drammatico errore, perché nei fattori della produzione tutto è cambiato e nella proiezione sindacale del grande "pianeta dei lavori" i metalmeccanici costituiscono la minoranza di una minoranza. E in più c´è un´aggravante, culturale e ideologica. In quegli anni, nel bene e nel male, la Flm fu il laboratorio nel quale si tentò di ibridare un primo nucleo di unità sindacale, che resse anche nelle stagioni di maggiore conflittualità tra Cgil, Cisl e Uil. Adesso, per paradosso, la rottura arriva proprio dalla costola più importante di quell´esperimento unitario, che si allontana non solo da Cisl e Uil, ma sconfessa la sua stessa casa-madre, cioè la Cgil.

        Forse hanno ragione Prodi, Damiano e Bonanni, a dire che il no della Fiom era scontato. Bastava ascoltare le parole pronunciate da quel 23 luglio in poi da Giorgio Cremaschi e Gianni Rinaldini. Bastava fare un giro sui più "militanti" (come Indymedia) per leggere appelli e raccolte di firme di moltissimi delegati di Rsu, Rdb e Cub, che invitavano tutti i lavoratori a mobilitarsi contro un protocollo voluto da "burocrazie confederali che puntano solo a controllare i lavoratori, per cogestire le politiche di macelleria sociale portate avanti dal governo di centrosinistra servile agli interessi del grande capitalismo italiano ed europeo". Ma la prevedibilità dello strappo non ne attenua affatto la gravità. Le reazioni del governo, dal punto di vista economico, sono puri sofismi. Il fatto resta, nella sua dolorosa evidenza: la parte più estremista del sindacalismo italiano, contro le "burocrazie confederali" e contro "il governo servile", boccia un accordo che prevede, oltre all´innalzamento molto graduale dell´età pensionabile (che in ogni caso si riduce rispetto allo scalone di Maroni) e alla rigida salvaguardia per i lavori usuranti, aumenti assai consistenti per oltre 3 milioni di pensionati intorno al minimo, sostegni per i disoccupati, vantaggi contributivi per i giovani, possibili agevolazioni contrattuali per le donne. I duri e puri della Fiom, in nome di una sinistra di cui si ritengono gli unici depositari, affossano un´intesa che semmai, se ha avuto un vero limite, è stato proprio quello di aver contemplato troppe "cose di sinistra".

        Forse hanno ragione anche Fassino e gli altri riformisti, a prevedere che dalle fabbriche dovrebbe venire un responso diverso. Ma anche queste reazioni dei leader, dal punto di vista politico, sembrano ovvi esorcismi. La nuova "questione metalmeccanica" è un aculeo velenoso piantato nel fianco della maggioranza. La linea vincente di Rinaldini scombussola i piani della "Cosa Rossa". Cremaschi, che ne è il vero regista, veste i panni di un insidioso pifferaio di Hamelin, che può richiamare un´area molto vasta di dissenso radicale e di disagio sociale. Per portarla dove, è ancora difficile da capire. Ma la solerzia con la quale Giordano e gli altri esponenti della sinistra massimalista si sono affrettati a fornire un´immediata copertura al voto della Fiom conferma che si può rimettere in moto una serie di rischiosissime reazioni a catena, che possono trasformare una diaspora sindacale in un tracollo politico. Ancora prigionieri della vecchia sindrome del "pas d´ennemis à gauche" (della quale i Ds si stanno faticosamente liberando) i partiti comunisti al governo non possono tollerare scavalcamenti a sinistra. Neanche da parte di una frangia sindacale. Questo, alla vigilia del dibattito sulla Finanziaria e delle manifestazioni contro il nuovo patto sul Welfare, dentro l´Unione riapre fatalmente uno scenario di scontri fratricidi e di guerre intestine, in Parlamento e nelle piazze. Che faranno i gruppi di Prc, Pdci e Verdi, quando arriveranno in aula le misure attuative del protocollo? Che faranno i ministri, quando il 20 partirà dai cortei rossi il "fuoco amico" contro il governo?

        Tutto si perde, in questo falò di nuove speranze e di vecchie illusioni. La sinistra, tutta la sinistra, dovrebbe fregiarsi di aver salvato i conti dell´Azienda Italia. Dovrebbe rivendere come un suo straordinario successo l´aver garantito una piattaforma di garanzie sociali minime, nonostante il colossale debito pubblico che schiaccia il bilancio. Dovrebbe costruire i suoi futuri successi elettorali, sulla prossima Finanziaria senza tasse annunciata ieri da Prodi. E invece, con un´irresistibile autolesionismo, si accinge a ripetere i suoi soliti errori. A cedere ai suoi peggiori vizi. Qualche intercessione critica, a questo punto, sarebbe necessaria. Fausto Bertinotti è un fine politico, e ormai un uomo delle istituzioni: toccherebbe a lui rimettere ordine sotto il cielo di Rifondazione, di cui si è reso garante all´inizio della legislatura. E qualche riflessione autocritica, qua e là, non sarebbe inopportuna. Guglielmo Epifani è un uomo colto, e un sincero riformista. Ma ora farebbe bene a ripensare a quella firma che appose di malavoglia, il 23 luglio. "Con riserva" e "per presa visione". Sottoscrivendola quasi come Montanelli invitava a votare Dc: con il naso turato. Aggiungendo che "il confronto sarà serrato", che alla fine "ognuno andrà per la sua strada" e citando addirittura Luciano Lama: "I governi passano, le maggioranze cambiano, la Cgil resta". Non siamo convinti che il grande sindacalista di Amelia, oggi, sarebbe troppo fiero dei suoi eredi.