La demonizzazione dell’avversario – di Massimo Giannini

25/06/2002


MARTEDÌ, 25 GIUGNO 2002
 
Prima Pagina e pagina 15
 
LA DEMONIZZAZIONE DELL´AVVERSARIO
 
 
 
 
MASSIMO GIANNINI

LA contesa sull´articolo 18 compie un salto di qualità. Sergio Cofferati aggiunge un´altra freccia al suo arco. Nell´immediato, per contrastare la riforma dei licenziamenti del governo, ha usato uno strumento di dissuasione: lo sciopero generale, garantito dall´ordinamento. In prospettiva ha già predisposto uno strumento di abrogazione: il referendum contro la legge, quando il Parlamento l´avrà varata. Adesso annuncia uno strumento di invalidazione: i ricorsi alla Corte costituzionale contro le deroghe allo Statuto dei lavoratori. Dei tre, proprio questo sembra il più convincente. Lo sciopero può non dissuadere una maggioranza compatta. Il referendum può inciampare in un´opposizione divisa.
Quando un ministro demonizza l´avversario
 
Il ministro del Welfare può ironizzare finchè vuole, dicendo che spetta ai giudici e non ai sindacati sollevare eccezioni di incostituzionalità davanti alla Consulta. Non sarà difficile per la Cgil attivare ricorsi in via diretta o incidentale, per investire la Corte di una questione sulla quale persino Pietro Ichino, giuslavorista da sempre favorevole a modificare la disciplina dei licenziamenti, solleva palesi dubbi di costituzionalità. Sarà evidente la disparità di trattamento tra due imprenditori, con lo stesso numero di dipendenti superiore a 15, quando si troveranno assoggettati a due normative diverse sulla giusta causa, solo perché uno avrà appena varcato quella soglia dimensionale (e potrà licenziare chi vuole), l´altro no (e sarà tenuto al reintegro).
La giornata di ieri registra un´ulteriore, drammatica cesura del dialogo sociale. Maroni, come già aveva fatto dopo l´assassinio di Marco Biagi, continua ad agitare irresponsabilmente un accostamento improprio tra le dinamiche di un conflitto sindacale e i rischi di una nuova fiammata del terrorismo. Dice il ministro: «Ho ricevuto minacce», e persino «un paio di pallottole per posta», che avrebbero «impressionato molto» le autorità e i suoi collaboratori. Tutto questo, aggiunge, sarebbe accaduto subito dopo gli attacchi che Cofferati ha lanciato al governo da Siviglia: «Hanno fatto un patto scellerato, bisogna fermarli». Questo attribuisce Maroni al leader della Cgil. Il ministro commette due errori. Il primo è di forma. Rileggendo le parole pronunciate da Cofferati giovedì scorso a Siviglia non c´è traccia di quel «bisogna fermarli». «Il patto tra il governo e Cisl e Uil è scellerato, e la Cgil farà tutto il possibile per renderlo non operativo» (Ansa 20 giugno, ore 20,30). Parole forti. Ma proprie di una dialettica sindacale. Il ministro le mistifica, a uso e consumo della sua polemica personale, attribuendo alla Cgil un linguaggio estremo e belligerante che non trova riscontro nella realtà.
Il secondo errore è di sostanza. Per l´ennesima volta, questo governo mescola le piazze con le pallottole. Compie un atto grave, dimostra irresponsabilità politica e genera una lesione alle regole del confronto democratico. Cofferati risponde evocando la «barbarie». Può aver torto su tante cose, ma in questa occasione non è lontano dalla verità. Dal 1994 la demonizzazione dell´avversario è parte fondativa della comunicazione politica del centrodestra. Dai «comunisti» alle «toghe rosse», il Cavaliere e i suoi alleati hanno costruito molte fortune sulla minaccia permanente di un nemico da battere. Nel 2001 il centrosinistra ha compiuto l´errore uguale e contrario. Ma oggi i toni di criminalizzazione che il governo usa nei confronti del leader della Cgil superano la soglia del buon senso e del buon gusto.
Quello che vuole il centrodestra è abbastanza evidente. Sul piano politico, al di là della contesa specifica sull´articolo 18, tra le altre deleghe sul lavoro e le norme sugli enti bilaterali emerge un disegno chiaro. Berlusconi punta non a distruggere, ma a destrutturare gli organismi della rappresentanza sociale, chiudendo una lunghissima stagione che ha visto il modello del sindacato confederale italiano non più solo ai margini della contrattazione normativa e salariale, ma al centro dei processi di riforma generale e di redistribuzione delle risorse. L´ha spiegato in modo esplicito Gianfranco Fini all´assemblea della Compagnia delle Opere, due giorni fa: «La strada giusta è quella neo-corporativa», per il Welfare e per tutto il resto.
Più nebulosa è invece la strategia del centrosinistra. Ha ragione Pierluigi Bersani, quando afferma che su questo fronte Ds e Margherita «si giocheranno la testa». Qualche fattivo contributo per rovinarsela, finora, non è mancato. Nasce da un´intenzione comprensibile, e in qualche misura condivisibile: nello scontro tra governo e sindacati, e nella rottura drammatica del fronte confederale, l´opposizione si sforza di non appiattirsi sulla sola Cgil, e di non spingere la Cisl e la Uil all´abbraccio fatale con Berlusconi. Ma il sentiero è stretto, pieno di insidie e di zone grigie di ambiguità. Nel partito di Francesco Rutelli la legittima «strategia dell´attenzione» a Savino Pezzotta ha prodotto qualche palese sbandamento. Due settimane fa al Senato, mentre il resto dell´Ulivo votava contro, la Margherita si è astenuta sulla proposta del governo di scorporare dalla delega le norme sulla modifica dell´articolo 18 e sull´arbitrato, convinta che il sindacato debba sedersi al tavolo e trattare senza pregiudizi su queste materie. Oggi rilancia lo «Statuto dei lavori» preparato da Tiziano Treu con Giuliano Amato, che esclude categoricamente modifiche alla disciplina dei licenziamenti. E vota contro la delega rimasta in discussione a Palazzo Madama, scoprendo solo adesso che è infarcita di norme sulla cessione dei rami d´azienda estremamente insidiose per le tutele dei lavoratori.
Nel partito di Piero Fassino la linea vincente al congresso di Pesaro è stretta tra l´obbligo di fiancheggiare la «resistenza» di Cofferati e il dovere di non farsene fagocitare. La legittimazione politica deve guardare ad orizzonti più estesi rispetto alla rappresentanza sindacale. Ma questa ragionevole esigenza soffre di continue contraddizioni e di instabili compromessi. Il correntone tenta di stanare la maggioranza riformista. Ieri la direzione della Quercia, pur confermando il no secco ad ogni modifica dello Statuto dei lavoratori, ha respinto un ordine del giorno della minoranza nel quale si chiedeva «pieno sostegno» alla battaglia della Cgil sulla difesa dell´articolo 18. In un momento così delicato Cofferati interpreta questa scelta di opportunismo tattico come un sonoro schiaffo alla sua organizzazione. E già oggi non perderà l´occasione di rinfacciarlo ai vertici del suo partito. A confusione, si aggiungerà altra confusione.
Sullo sfondo, si agita il partito di Fausto Bertinotti. Il risultato delle amministrative conferma l´alta utilità marginale di Rifondazione, quando si presenta alleata con l´Ulivo. Ma conferma anche l´irriducibile inattitudine del suo leader rispetto a qualunque logica di coalizione. Ma contare sul suo appoggio, in un´eventuale battaglia referendaria d´autunno, è un doppio salto mortale. In questo momento, paradossalmente, nell´intero bacino del centrosinistra Bertinotti è la sponda più vicina alla Cgil. Ma, altrettanto paradossalmente, a settembre quella sponda rischia di rivelarsi inservibile per entrambi.
Ancora per qualche giorno, l´ambiguità sarà consentita. Dal 2 luglio in poi l´opposizione dovrà scegliere. Se il principio condiviso è «l´articolo 18 non si tocca», l´alleanza dovrà assumere posizioni coerenti. Dovrà combattere in aula la nuova legge. Dovrà sostenere le eccezioni di illegittimità davanti alla Consulta. Dovrà dire no al nuovo e sedicente «patto sociale», se questo sarà parte costitutiva del Dpef. Dovrà impegnarsi nella campagna per il referendum abrogativo, se la nuova legge sarà licenziata dalle Camere entro la scadenza utile di settembre. Nello stesso tempo, dovrà definire con chiarezza il suo pacchetto alternativo di riforme, per poi sostenerlo e riproporlo all´opinione pubblica. Non ci sono altre strade, per un´opposizione che voglia tornare ad essere maggioranza. Non più solo in piazza, ma anche nelle urne.