La democrazia non entra in fabbrica

27/01/2004


  Sindacale


27.01.2004
La democrazia non entra in fabbrica
Due giorni di seminario a Torino su lavoro e contrattazione. Epifani: è decisivo far votare i lavoratori

ROMA «È singolare che la democrazia si fermi ai cancelli delle fabbriche». Il segretario della Fiom di Torino Giorgio Airaudo parte da questa singolarità per tracciare un bilancio della due giorni di seminario Fiom su «Lavoro, contrattazione, democrazia, Costituzione» che venerdì e sabato scorsi ha richiamato nel capoluogo piemontese economisti, storici, costituzionalisti,
giuslavoristi, sindacalisti. E lavoratori, ovviamente, coloro cioè che dovrebbero decidere, votando, gli accordi che li riguardano. Insiste la Fiom su questo, parte dalle note vicende che l’hanno investita – un contratto nazionale firmato da una minoranza – e insiste ancora passando dalla vicenda più recente dei tranvieri. Ma non è un problema di una categoria o due: è di tutto il sindacato, il diritto di voto «è una delle condizioni per recuperare il rapporto con i lavoratori e restituire al lavoro centralità nella società», continua Airaudo. Una centralità persa, oggi contano mercato ed economia se
è vero – e a Torino è stato fatto notare – che la bozza di Costituzione europea cita l’economia e di mercato e la libera concorrenza 35 volte e nomina il lavoro solo dopo 57 articoli.
Un esempio che si lega alla seconda esigenza posta è cioè quella di chi «politicamente» può e deve dare rappresentanza a queste istanze.
A chi, nello specifico, il compito di portare in Parlamento la necessità di una legge che regoli le forme della rappresentanza. Escluso che lo faccia il centrodestra, la domanda è posta al centrosinistra: ce l’ha nel suo programma? Ancora è possibile arginare l’allontanamento della politica dal «tema» lavoro? Rimetterlo sulla scena è cruciale per la democrazia, altrimenti, come ha sottolineato i leader della Fiom Gianni Rinaldini, si avrà sempre più «l’annullamento del lavoro come portatore di interessi diversi da quelli dell’impresa». La Cgil «ha tutte le ragioni dalla sua» nel porre la questione delle regole, ha detto a Torino Guglielmo Epifani. Ma non ha nascosto un certo pessimismo
«abbiamo davanti un muro» e «siamo in una fase delicata perché se un sindacato non accetta il rapporto con i lavoratori attraverso il voto allora vuol dire che la controparte firma con chi ci sta». Se non si trova una soluzione condivisa con le altre confederazioni si rischia di scrivere «una delle pagine più nere» della storia del sindacato.

fe. m.