la crisi mette a nudo il Paese della follia (F.Ceccarelli)

28/02/2007
    mercoledì 28 febbraio 2007

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      La storia

        E la crisi mette a nudo
        il Paese della follia

          Filippo Ceccarelli

            Roba da matti, appunto. La crisi di governo, e un po´ anche la sua soluzione, come il segno, lo specchio, la conseguenza di un più generale disagio psichico. Di un impazzimento, per metterla giù dura. La novità degli ultimissimi tempi è che questa possibile interpretazione comincia a circolare anche all´estero.

            «Sir», ha scritto l´altro giorno al direttore del Financial Times il professor Andrew Oswald, economista dell´università di Warwick, è giusto mettere l´accento sui problemi economici dell´Italia. Ma da un´approfondita inchiesta da me condotta risulta che lo stato di salute mentale («mental health») dell´Italia è chiaramente il peggiore d´Europa. Nei vari parametri della ricerca – insonnia, tensione, autostima, senso di inadeguatezza, infelicità, depressione – i numeri italiani «ci hanno sorpreso».

            Laggiù sono messi malissimo, conclude l´autore della psico-indagine. Molto peggio di quanto se ne rendano conto, viene da pensare, fra Montecitorio e Palazzo Madama.

            E certo non suona consolatorio, ma se le valutazioni del professor Oswald sono affidabili, per una volta l´Italia si riflette pienamente nella sua classe politica ai suoi massimi livelli. Si ricorderà come a novembre, esasperato dalle critiche alla Finanziaria, il presidente Prodi fosse esploso: «Qui ormai siamo in un paese impazzito».

            Ecco. A tre mesi di distanza da quello che sembrava poco più che uno sfogo, per lampi e frammenti opportunamente virgolettabili la caduta del governo ha riportato in campo il tema della follia. Ha detto a botta calda il ministro degli Esteri D´Alema: «Siamo un paese di matti». Si è lamentato il senatore dissidente Rossi: «Dicono che sono un matto». E l´altro, Turigliatto: «Non sono un folle». E quell´altro ancora, Pallaro, sia pure con un´alzata di spalle: «Qui sono tutti matti». Sorge il sospetto: e se lo fossero davvero? Se la politica avesse di colpo perso la testa e la ragione?

            L´onorevole di An Ciccioli, che di professione fa lo psichiatra, si è spinto più in là: «Il centrosinistra è affetto da psicopatologia dissociativa, sindrome per cui la mente non riconosce parti del corpo e viceversa». La classe dirigente, ha concluso una recentissima ricerca della Luiss, «è depressa». Sia come sia, all´agenzia Adn-Kronos è parso naturale di bussare alla porta di un altro clinico del ramo, il professor Di Giannantonio, dell´università di Chieti, che ha risposto segnalando le ripercussioni emotive di tali eventi. Stress convulso, rabbia, frutrazioni: «In questi – ha riconosciuto – ci si agita spesso a vuoto, si mangia male e si bevono troppi caffè».

            Ora. Di solito è saggio guardarsi dalle diagnosi selvagge e ancora di più da quelle politicamente mirate. Quando venne affondato il primo governo Prodi, per dire, si sviluppò un vano dibattito sul narcisismo di Bertinotti. Così come da almeno un decennio abbondano le più irrilevanti analisi sulla presunta megalomania di Berlusconi. Eppure, al netto della polemica e dell´insulto facile, quello che dura un giorno e poi svanisce, colpisce la facilità con cui da qualche tempo l´argomento della follia viene invocato nel discorso pubblico dai suoi stessi protagonisti.
            Oppure appare piuttosto visibile per conto suo, questa diffusa perdita dell´autocontrollo, e si esercita con la dovuta complicità dei media in certe vistose manifestazioni che spesso violano i confini del decoro e del buonsenso. Isterie da talk-show, paranoie complottistiche, un flusso ininterrotto di elementi legati alla magia e alla superstizione (iella, scaramanzie, talismani recati sempre più di frequente ai leader, che li accettano di buon grado). Quindi accentuata ricorrenza di confessioni personali (sesso, per lo più) e di tematiche «basse» (si pensi alla questione del bagno della Camera o all´uso politico e simbolico delle mutande). E infine – ma su questo terreno la fine appare un concetto assai relativo – vera e propria voluttà di autodegradazione, sia pure light e a scopo d´intrattenimento, comunque attivata sul labile confine che un tempo separava la satira dalla realtà e che oggi, per dire, ha condotto un certo numero di uomini politici prendersi a torte in faccia sul palcoscenico del Bagaglino.

            Va da sé – e tanto più va da sé in occasione dell´anniversario di Franco Basaglia – che la vera pazzia è un´altra cosa, un´altra storia, un dramma doloroso. E che per fare il leader, forse, un pizzico ce ne vuole pure. Dopo tutto il Cavaliere, cui si deve una prefazione ad Erasmo, la rivendica addirittura, questa sua vena, e la tira fuori quando deve mobilitare le emozioni della sua folla, e allora grida al culmine del calore: «Siete d´accordo con la lucida follia visionaria di chi vi parla?». E quelli: «Sììììì!». Sul nesso impalpabile fra stramberia e potere ha scritto pagine biografiche e indimenticabili Francesco Cossiga, già designato «caso clinico» (da De Mita) che a suo tempo recuperò e fece sua la figura shakesperiana del «Fool», il giullare: «Io faccio il matto – e qui alcune volte il Capo dello Stato strizzava anche l´occhio – ma non sono matto. Io dico la verità».

            E tuttavia: appare poco plausibile che tutti oggi dicano la verità. Forse era sincero Veltroni allorché in campagna elettorale fu beccato dai giornalisti a scrivere a su un bigliettino a Casini la formula ormai di moda, o di prammatica: «Qui sono tutti matti». Forse lo pensava davvero anche Prodi quando pochi mesi dopo, rispondendo a una domanda di un giornalista sullo stato di salute di Berlusconi, disse: «Non lo chieda a me: non sono un medico».

            La cosa buffa, semmai, e a suo modo anche un po´ folle, è che questo permanente rinfacciarsi la malattia mentale finisce per apparire sospetto. Come se ormai priva di riferimenti sociali, e desiderosa di accorciare le distanze con il pubblico a colpi di strilli artificiali, lacrime indotte, palpitazioni strategiche ed esibizionismi coatti, la classe politica fosse rimasta prigioniera della sua stessa e nuda emotività. A un passo da delirio, ma senza saperlo. Forse.

            Sembra, come ha raccontato Casini in tv, che poco prima della crisi i due eterni contendenti, Prodi e Berlusconi, si siano incontrati più o meno in segreto; e guardandosi negli occhi abbiano convenuto che nei rispettivi schieramenti «ognuno aveva i suoi matti». E «liberiamocene!» avrebbe proposto di slancio il Cavaliere. Si ignora la risposta del presidente del Consiglio. Ma qui, in fondo, si chiude il cerchio delle italiche mattane: vere e presunte, procurate o spontanee, individuali e collettive, con buona pace del professor Oswald e dell´università di Warwick.