La crisi manda in tilt il modello Nord Est in un anno si uccidono 14 imprenditori

09/03/2010

PADOVA – Anche Giuseppe è appeso a una pallottola. Giuseppe che ha solo trentasei anni, che è fallito e che ha perso tutto. Aveva diciannove dipendenti, Giuseppe Baratto, nella sua aziendina di lavorazioni meccaniche, la «BM» di Conselve. Ora è disperato. «Mi hanno rovinato le banche e non mi resta più nulla. O mi compro una pallottola o lotto per riprendermi ciò che mi è stato portato via».
Alcuni suoi colleghi, quella pallottola l´hanno già comperata. E usata. Altri si sono impiccati, annegati, avvelenati, bruciati, gettati sotto al treno. Nel Veneto del miracolo economico ci sono stati nell´ultimo anno, secondo i dati della Cisl, 22 suicidi per problemi economici derivanti dalla crisi. Quattordici riguardano piccoli imprenditori di cinque delle sette province: Padova, Treviso, Vicenza, Venezia, Rovigo. Sette riguardano dipendenti. Identiche le motivazioni: il fallimento, l´ossessione di non poter più pagare i dipendenti, l´incubo di dover licenziare. La vergogna.
Perché nel modello del «piccolo è bello» dove impresa e famiglia si mescolano, e padrone e dipendente si confondono, quasi sempre i piccoli imprenditori sono ex operai che si erano messi in proprio. «Gente che si è svenata pur di non rovinare i propri dipendenti», sostiene Daniele Marini, direttore della Fondazione Nord Est. Uno degli imprenditori che si è ucciso, ha lasciato tutto ai dipendenti prima di togliersi la vita. Gli erano rimasti solo 300 euro.
Il peggio non sembra passato. «Questi suicidi rappresentano qualcosa di più di un semplice segnale di allarme – spiega Franca Porto, segretario regionale della Cisl – perché saltano le sicurezze, le speranze, e c´è chi ne rimane schiacciato. Un disagio che può arrivare anche al gesto estremo». «Persone che vivono il fallimento aziendale come un fallimento esistenziale», dice il deputato Udc Antonio De Poli. «Non siamo riusciti a sostenere questi imprenditori come avremmo voluto e dovuto», commenta il presidente di Confindustria veneta, Andrea Tomat.
Su Internet sono spuntati dei siti che chiedono di onorare come «caduti sul lavoro» gli imprenditori suicidi. E sulla Rete si moltiplicano gli allarmi. «Anch´io sono sul punto di suicidarmi», scrive Bernardo Mario Raimondi, un piccolo artigiano palermitano della ceramica messo sul lastrico dagli usurai, che ha deciso di vendere un rene. Mentre la figlia di Giuseppina Virgili, disegnatrice di moda a Prato, che ora vive di elemosine, i reni li ha messi in vendita tutti e due.
È una lunga scia di sangue quella iniziata il 28 settembre 2008 a Padova quando si è impiccato Giovanni Grasselli, titolare di uno studio grafico, e proseguita fino a pochi giorni fa, il primo marzo, quando a Camposampiero nel Padovano, si è impiccato un piccolo imprenditore edile strangolato da centomila euro di debiti, il cinquantenne di origini croate Oriano Vidos. Ci sono anche alcuni stranieri: due impresari edili di Bosnia e Romania, e tre operai del Ghana, del Bangladesh e della Romania. Suicidi disperati. Paolo Trivellin, impresario edile di Vo´ Euganeo, si è impiccato perché non riusciva più a pagare i dipendenti. Stefano Grollo si è gettato sotto un treno nel trevigiano prima di annunciare la cassa integrazione per i suoi 120 dipendenti di un´azienda di macchine per la lavorazione del marmo. Walter Ongaro si è impiccato nel trevigiano perché doveva lasciare a casa otto dipendenti della sua piccola azienda di verniciature.
Una strage silenziosa che finirà in Parlamento. Paolo Giaretta, senatore del Pd, ha chiesto in un´interrogazione «strumenti straordinari» per la piccola imprenditoria, sostenendo che il governo «deve farsi carico di questa umanità disperata». Mentre il Pdl, che ha organizzato in piazza a Padova un sit-in di solidarietà, ha chiesto lumi al governo, con il deputato Catia Polidori, sulla «mancata applicazione» da parte delle banche della moratoria sui debiti per le piccole imprese.
Più che con la crisi, i piccoli imprenditori veneti se la prendono infatti con la banche che li strozzano e con le grandi industrie che non li pagano. L´imprenditore Giuseppe Baratto racconta al Mattino di Padova che prima di comperarsi una pallottola vuole «denunciare le banche per usura». E il presidente regionale di Confartigianato, Claudio Miotto, punta il dito contro la grande impresa che non salda i suoi debiti verso le piccole: «Vantiamo crediti per 600 milioni di euro».
Gli imprenditori raccolgono il sostegno della Chiesa. Il Patriarca di Venezia Angelo Scola, sottolineando le «drammatiche ricadute» sul mondo del lavoro nel caso degli imprenditori suicidi, si dice «vicino a chi soffre la crisi». La Camera di commercio di Padova ha istituito un numero verde che ha raccolto 15 chiamate nelle prime 5 ore, e c´è chi propone un «fondo anti-crisi» per evitare i suicidi, come l´imprenditore e deputato dell´Apl Massimo Calearo. Un altro imprenditore «in cattive acque», come si definisce, il padovano Rocco Ruotolo, ha già creato un fondo privato di solidarietà per evitare «la mattanza» dei piccoli imprenditori. Finora sono arrivate 439 adesioni. Ma anche nuovi allarmi. L´ultimo, il 3 marzo, da un artigiano di 32 anni di Piacenza: «Non trovo una via d´uscita. Aiutatemi. Altrimenti mi uccido».