La crisi dell`ipermercato che dilania la sinistra

27/09/2013

La Coop che chiude e licenzia. Licenziamenti collettivi, di quelli massicci. Il sistema delle cooperative "rosse", figlia del vecchio Pci, che segue la logica aziendale dei numeri di questa crisi abissale e che entra in conflitto con la Cgil, un tempo parte integrante della grande comunità delle cooperative. Succede in Campania. Nel resto d`Italiano. Solo in Campania, almeno per il momento.
Sinistra contro sinistra. La Unicoop della rossa Livorno vuole fare le valigie, vuole lasciare Napoli. Ma la Cgil batte i pugni e fa scioperare. Si grida allo smantellamento occupazionale e produttivo. Partendo dall`Ipercoop di Afragola, dalla chiusura e dal contestuale licenziamento dei 225 dipendenti. Ma sono in pericolo anche gli altri 500 addetti dell`intera catena regionale di negozi e le centinaia di operai dell`indotto. Lavoratori che da più di un anno sono in guerra con la Coop, di cui loro stessi sono soci. Scioperi a oltranza, blocchi. Manifestazioni messe a segno anche in "trasferta", fino a Livorno. «Non c`è più la Coop, è morto lo spirito cooperativistico, non c`è più la sana politica», hanno scritto su striscioni e magliette i lavoraLa parabola tori campani.
Giuliano Poletti, il capo dei capi della cooperazione italiana, presidente di Legacoop, in televisione ha detto che «in Campania c`è un problema di concorrenza sleale e di criminalità organizzata».
«Una caduta di stile questa del presidente», la stizza di Luana Di Tuoro, sindacalista, della segreteria regionale della Filcams, il sindacato di categoria della Cgil che si occupa di commercio e servizi. «Che il territorio sia difficile è vero – ammette l`esponente del sindacato guidato da Susanna Camusso – ma la Coop qui ha ottenuto anche grandi agevolazioni». Erano gli anni Novanta. Gli anni del dominio assoluto di Antonio Bassolino. Un`epoca d`oro per l`allora Coop Toscana-Lazio: decine di punti vendita realizzati in pochissimo tempo e migliaia di assunzioni. Poi le cose sono andate sempre peggio. E la crisi di questi anni, più forte che mai nel Napoletano, ha aumentato la voglia di andare via, di mollare tutto. Rosario Stornaiuolo, presidente di Federconsumatori Campania ed ex segretario generale della Filcams-Cgil di Napoli, uno dei fondatori della coop campana, ha un tono tra il deciso e l`indignato. «Nel 1975 – ricorda – abbiamo aperto il primo punto vendita Coop a Pomigliano, in via Fratelli Bandiera, per
rispondere alla domanda degli operai dell`Aeritalia e dell`Alfasud, che chiedevano prodotti di qualità a prezzo popolare. Ora invece questa situazione ci lascia sgomenti – la delusione dell`esponente della sinistra storica partenopea – chiudono e licenziano proprio in un momento di grande difficoltà sociale. Se vanno via non fallirà solo la cooperazione in Campania: sarà un brutto esempio per tutta la ooperazione nazionale». Da Napoli vengono rivendicati investimenti per il rilancio «non solo di un tessuto produttivo ma anche di un`idea». Le più potenti coop della grande distribuzione, Adriatica ed Estense, hanno offerto capitali in cambio di salari quasi dimezzati e contratti in deroga à contratto nazionale. Un po` come ha fatto Marchionne con la Fiat. Ma il piano di salvataggio fatto di lacrime e sangue è bloccato dal no dei sindacati e dei lavoratori. I numeri della crisi però sono spietati e portano "a destra" l`asse politico delle coop emiliane. Lo conferma Massimo Pelosi, dirigente di Unicoop e vicepresidente di Legacoop Campania: «Non c`entra lo spirito cooperativistico con la disparità di trattamento contrattuale e salariale tra i lavoratori coop campani e quelli del centronord. Ci possono anche essere contratti diversi purché siano rispettati i diritti». Finora il Partito democratico non ha messo naso in questa faccenda. «E speriamo che la politica faccia solo parte della storia delle coop», rincara Pelosi. Che però apre uno spiraglio: «Credo che se i sindacati faranno una richiesta ufficiale di riapertura della trattativa allora le coop torneranno al tavolo del confronto».