La crisi della Fiat e la tentazione statalista – di G.Anselmi

04/12/2002

4 dicembre 2002

 
 
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La crisi della Fiat e la tentazione statalista

          GIULIO ANSELMI

          LA CRISI Fiat è rimasta ieri a lungo sospesa tra la tragedia e la farsa. Con gli operai di Torino furibondi, scesi a bloccare ferrovia e autostrade, come già a Termini Imerese. Col presidente del Consiglio che ha rotto i freni, spiegando, nel corso della presentazione di un libro, che il disastro della maggior casa automobilistica italiana era avvenuto perché a guidarla non c´era lui: lui sì, avrebbe saputo come fare, non come quegli sprovveduti piemontesi; e anche adesso sarebbe stato capace del miracolo, se solo non avesse avuto impegni di governo. Con i capi della Fiat che, per quanto sbigottiti e bisognosi dell´aiuto pubblico, non hanno potuto inghiottire anche questa e hanno emesso un durissimo comunicato.
          In poche righe la Fiat definisce assolutamente fuori luogo l´exploit berlusconiano e invita tutti alla serietà in un momento così delicato. Ora si dirà, come al solito, che il capo del governo è stato male interpretato e che non bisogna enfatizzare l´ennesima manifestazione del suo titanismo. E si sottolineerà che il diffuso pessimismo che si respirava ieri a tarda sera, dopo la fermezza con cui Fiat e sindacato hanno ribadito le rispettive posizioni, dipende dalla loro inconciliabilità. E questo è vero. Ma la giornata che avrebbe dovuto avere per centro gli incontri del ministro delle Attività produttive Marzano con i rappresentanti dell´azienda e col sindacato si conclude con uno scontro senza precedenti tra il premier che dovrebbe gestire con responsabilità e prudenza la bollentissima patata dell´auto italiana e la più grande azienda del Paese. Ieri certo non sarebbe stata una giornata risolutiva, ma da ieri tutto e è più difficile. A meno di voler considerare come progetti industriali le frasi buttate lì dal premier: occorre puntare su un polo del lusso, occorre eliminare tutto il settore delle auto più economiche… Come se fosse possibile scambiare con un colpo di bacchetta i volumi della produzione di auto medie con quelli ristretti della fascia alta.
          Sarebbe però un errore liquidare come infortunio le sparate di Berlusconi. Il "ghe pensi mi" è certo tutto suo e appartiene alla sua indole, ma il progetto, che ha evocato, di fare intervenire lo Stato nel capitale Fiat (anche se augurandosi che non sia necessario), non è una battuta. E´ una tentazione che ha preso corpo poco a poco. Si scorge dietro le parole di due ministri, Buttiglione e, più nettamente, Marzano. Si intravvedeva già, secondo gli osservatori più accorti, nella decisione del governo di nominare due advisor per valutare la situazione aziendale. Qualcuno legge anche, dietro la recente e improvvisa conversione statalista del superministro dell´Economia Tremonti , la convinzione che fosse opportuno dotarsi di una cornice culturale per preparare un´autentica rivoluzione: la fine dell´idolatria del mercato e l´ingresso dello Stato nell´azienda torinese.

          Se il governo decidesse davvero di percorrere la strada di diventare socio della Fiat, rischierebbe di fare una mossa davvero popolare compattando maggioranza e opposizione e l´intero sindacato nel nome della difesa dei posti di lavoro dal profondo sud siciliano al nord ovest di una cupa deindustrializzazione. Ma sarebbe una soluzione di non facile praticabilità. Lo Stato, anche per la difficile congiuntura, non potrebbe limitarsi a finanziamenti a fondo perduto e dovrebbe pretendere un potere decisionale che riducesse quello degli attuali azionisti: un quadro che certo terrorizza gli americani di Gm, che vedono come la peste i vincoli della politica europea, e che potrebbe minare quella cessione che a tutti appare ancora il solo punto d´approdo. E soprattutto rappresenterebbe un´illusione destinata a durare pochissimo tempo. Senza nuovi prodotti e senza tagli, la Fiat non ce la può fare. Lo stabilimento di Termini Imerese è troppo costoso: si stima che una Punto lì prodotta costi 250 euro in più. E non sono efficaci, in tempi di globalizzazione, le spinte sindacali a lasciare la Polonia, trasferendo in Sicilia le sue produzioni. Nel silenzio generale, il destino di Arese è segnato.
          In questo contesto, la Fiat è tra l´incudine della pressione politico – sociale perché si tuteli l´occupazione e il martello dell´esecuzione del piano presentato a ottobre, che prevede l´immediata partenza della cassa integrazione e quattromila licenziamenti: senza questo piano rischia il declassamento del rating di Moody´s con un effetto a catena per il credito bancario. E´ un passaggio drammatico. Gli azionisti devono uscire dall´irresolutezza e mettere decisamente mano alla borsa, come le ultime indiscrezioni italiane e francesi fanno pensare. I politici devono svolgere responsabilmente il loro ruolo, che non è quello di improvvisarsi imprenditori. Forse la Fiat è davvero troppo grande per fallire. Ma questa speranza non può essere un alibi per aggravare la crisi giocando a fare l´Agnelli. I mercati finanziari e gli operai che rischiano il posto non hanno bisogno di dilettanti.