La Cosa rossa e le mine anti-Tps

25/06/2007
    domenica 24 giugno 2004

    Pagina 2 – Primo Piano

      Retroscena
      Partito democratico e sinistra radicale una sfida pericolosa

        La Cosa rossa
        e le mine anti-Tps

          FEDERICO GEREMICCA

          Magari a volte sono discutibili i toni, ultimativi se non proprio ricattatori. E spesso è criticato per una visione “mercantile” della politica: tu dai questo a me e io quello a te. Però nessuno ha dubbi sul fatto che se a cento chilometri di distanza scoppia un incendio (politico, s’intende) il primo a sentire la puzza di bruciato è lui, l’onorevole ministro Clemente Mastella. Che non fa mistero alcuno di vedere un mucchio di complicazione dopo la scesa in campo di Walter Veltroni e l’avvio di una inevitabile “competition” tra il Pd e la nascente Cosa rossa. «Avremo un mucchio di guai – profetizza Mastella – perchè la logica, a questo punto, dice che lo scenario più realistico sono elezioni in tempi brevi, ma poichè in giro c’è molta paura del voto e considerato che gli apparati frenano, rischiamo di rimanere così sospesi per un bel pezzo».

          «Così sospesi» vuol dire, nella vulgata di Mastella, sospesi nella situazione peggiore: in ragione, soprattutto, della guerriglia continua che sarebbe destinata ad aprirsi tra il Pd di Walter Veltroni e la Sinistra democratica di Mussi, Giordano e gli altri (e della quale la lettera dei quattro ministri sul Dpef sarebbe nient’altro che l’antipasto). «La sinistra radicale è messa male perchè da una parte sta perdendo i collegamenti con i movimenti – spiega Mastella – e dall’altra è attaccata dal Pd: è prevedibile che reagirà radicalizzando ancor di più le sue posizioni e creando un mucchio di problemi al governo. D’altra parte, se il Pd è in campo per rinsaldare il timone riformista della coalizione, reagirà: e saranno scintille. In più, se ci aggiungiamo che Prodi ha annunciato di essere al suo ultimo impegno politico, che Bertinotti ha detto più o meno la stessa cosa e che Padoa-Schioppa chiude 40 tesorerie provinciali in un sol colpo, tanto a lui del consenso non frega niente, allora rischiamo anche che il tutto accada senza che ci sia qualcuno che provi a mettere un po’ d’ordine».

          Ed effettivamente è difficile negare che le cose stiano un po’ così. Quel che rischia di determinare le maggiori fibrillazioni, per l’appunto, è il processo di riorganizzazione in atto nel centrosinistra, dove la nascita di due soggetti politici nuovi porterà con sè notevolissime turbolenze. La loro “competition” renderà inevitabile la radicalizzazione delle posizioni: e se la linea della sinistra radicale sarà quella annunciata con la lettera di Mussi, Ferrero, Pecoraro Scanio e Bianchi (stop alle pretese egemoniche del Pd e attacco a Padoa-Schioppa) al Partito democratico non resterà che contrattaccare e difendere il governo, con il corredo polemico facilmente immaginabile. Se a tutto questo si aggiunge l’incombere di Veltroni su Prodi e l’idea di molti che il sindaco di Roma vada portato il prima possibile al giudizio dei cittadini per evitare l’affievolirsi dell’effetto-novità, il quadro (non rassicurante) è completo.

          Dissinescare le mine disseminate sul cammino del governo Prodi non sarà semplicissimo. Del che fare si discute in riunioni riservate già da qualche settimana, precisamente dall’indomani delle elezioni amministrative, il cui esito ha fatto scattare l’allarme nell’Unione. Per ora resta da parte, però, l’ipotesi di soluzione proposta da alcuni ministri della sinistra radicale e non del tutto sgradita a pezzi di Ds e Margherita: la sostituzione di Tommaso Padoa-Schioppa (e soprattutto della sua politica) con Piero Fassino. Nella logica dei proponenti, l’operazione avrebbe in sè due vantaggi. Il primo: allenterebbe la carica polemica della sinistra della coalizione nei confronti del ministero dell’Economia, con una conseguente riduzione dei contrasti anche col Partito democratico; la seconda: permettere l’avvio di una politica di spesa certo utile alla maggioranza dopo 12 mesi di rigore e in una situazione in cui il ritorno alle urne potrebbe anche essere più vicino del prevedibile.

          L’operazione è considerata però eccessivamente pericolosa sia per il danno d’immagine che determinerebbe, sia per la perdurante contrarietà di Romano Prodi. Resta dunque congelata. Fino a quando, però, è difficile dire. Potrebbe tornare di stringente attualità se le polemiche intorno al Dpef dovessero raggiungere livelli di guardia. Ma potrebbe anche scattare attraverso una via del tutto imprevista: e cioè, che sia Tps a gettare la spugna. Chi lo frequenta, lo racconta come esausto per le continue polemiche e per gli attacchi cui è sottoposto. Il tutto, mentre ambienti economici e finanziari (al cui giudizio il ministro è ovviamente assai sensibile) lo incitano a non deflettere dalla linea del risanamento, o piuttosto a mollare tutto. Un bel rebus, insomma. Dalla cui soluzione, non è esagerato dirlo, dipenderà una buona parte delle fortune o dei rovesci del governo.