La Corte dei Conti: il buco non c’è la manovra può essere alleggerita

16/10/2001



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La Corte dei Conti: il buco non c’è
la manovra può essere alleggerita

Cofferati: la Finanziaria è iniqua. D’Amato:via alle riforme
La magistratura contabile rivela: il 2001 è andato meglio del previsto. Istat: le tasse non caleranno

ROBERTO PETRINI


ROMA – L’expertise sul «buco» nei conti 2001 di Monorchio era giusta, le cose vanno meglio e la manovra 2002 può essere alleggerita. Inoltre la Finanziaria 2002 necessita di una «accurata relazione tecnica» da parte del governo con lo scopo di specificare la copertura di vari capitoli a partire dalle risorse destinate ai contratti di lavoro. Sono questi i severi giudizi sulla Finanziaria espressi dalla Corte dei Conti di fronte alla commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato. Tutto ciò mentre ferve il lavoro dell’esecutivo sui due collegati: quello sulla previdenza, che si aspetta prima, e successivamente quello fiscale. Intanto Cofferati boccia la Finanziaria e la giudica «iniqua«, mentre il presidente della Confindustria D’Amato sollecita le riforme.
Secondo il presidente di sezione della Corte Manin Carabba rispetto al Dpef, è cambiato il giudizio sull’andamento per il 2001 dei conti pubblici ed «il nuovo preconsuntivo della finanza pubblica appare più in linea con la prima valutazione offerta dalla Ragioneria generale dello Stato nella quale il debordo era contenuto entro i 10 mila miliardi ed era considerato come il tetto prudenziale». I giudici contabili proseguono rilevando che «l’indebitamento netto del 2001 si assesterebbe intorno ai 26 mila miliardi, pari all’1,1 per cento del pil, con uno scarto contenuto in poco più di 2.000 miliardi».
Questo quadro più positivo che si va delineando nel 2001 (anche sottolinea la Corte per la riduzione della spesa per interessi e per le prime misure di regolazione delal spesa compreso il provvedimento sulla sanità) si riflette sulla manovra del 2002 che secondo la Corte dovrebbe prevedere una correzione di «dimensioni assai inferiori» a quelle previste del governo.
Come si ricorderà venerdì scorso anche il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio aveva rilevato che la manovra prevista dalla Finanziaria 2002 (per portare il deficit dall’1,2 per cento tendenziale allo 0,5 per cento programmatico) sarebbe di 17.600 miliardi. Il governo, invece, ha indicato per il 2002 una manovra di 33 mila miliardi (per scendere dall’1,7 allo 0,5) dei quali 23 mila a copertura del deficit. Un po’ a tutti ha replicato il viceministro dell’economia Mario Baldassarri il quale ha spiegato ieri che i dati di Bankitalia e Tesoro non sono in contraddizione: nella stima del Tesoro, infatti, sarebbero considerati anche 12 mila miliardi, composti da 7.000 miliardi di risparmi sugli interessi e da 5.000 miliardi intesi come effetti dei provvedimenti del 2001.
Anche Fiorella Kostoris, presidente dell’Isae, ha espresso un quadro con luci ed ombre sulla Finanziaria e ha condiviso una stima della correzione 2002 di 17.700 miliardi. Le entrate dovute alla vendita degli immobili pubblici e quelle dovute al rientro dei capitali dall’estero sarebbero in dubbio. Potrebbero essere invece superiori al previsto le stime sugli introiti derivati dal sommerso, positivo invece il giudizio sul metodo di relazioni industriali proposta dal «libro bianco». In proposito si è appreso che sarà un consorzio composto da quattro banche Imi, Intesa Bci, Lehman Brothers e Deutsche Bank a occuparsi della vendita degli immobili pubblici e della cartolarizazione dei proventi derivanti dallo loro dismissione.

Per l’Istat, infine, senza riforme nel 2002 non calerà la pressione fiscale. Lo ha detto, sempre nel corso delle audizioni, il presidente dell’Istat, Luigi Biggeri davanti alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato. «Si può affermare ha detto che il prelievo fiscale è sottostimato e la pressione fiscale è leggermente superiore a quella individuata nei documenti governativi. Se non interverranno altre misure correttive (come quella sulle aliquote annunciata) sembra più plausibile ipotizzare un’invarianza della pressione fiscale sui livelli del 2000, sia per l’anno 2001 che per l’anno 2002».