La corsa delle imprese ai prepensionamenti

26/09/2003



  Economia e lavoro






26.09.2003
Pensioni
Vogliono alzare l’età poi cacciano i lavoratori
La corsa delle imprese ai prepensionamenti
Gli industriali vogliono alzare l’età pensionabile, ma cacciano i lavoratori di cinquant’anni
Angelo Faccinetto

MILANO Fiat, Eni, Marconi, Siemens, Ericsson, Italtel, Teksid,
Flextronics, Abb, Alcatel, Valeo…
Confindustria tuona, e chiede al governo una riforma del sistema
previdenziale basata sull’innalzamento dell’età pensionabile.
Maroni propone incentivi perché anche chi ha raggiunto i requisiti per la quiescenza decida di prolungare la propria permanenza al lavoro.
Berlusconi incalza e «vede» a 62 anni l’età minima per mettersi a riposo senza suscitare troppo scandalo. Intanto però al ministero del Welfare si allunga la lista delle aziende che chiedono di accedere ai prepensionamenti. Cioè che chiedono di poter mandare a casa molto
prima del tempo i propri dipendenti.
Non a 57 anni, come previsto dalla legge Dini per il trattamento
di anzianità: a 52. Il decreto del 16 luglio 2003, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 30 luglio, porta allegato, sotto l’articolo 1, un elenco di 54 gruppi industriali – tutti di grande dimensioni – che ne hanno fatto domanda. Complessivamente 12.600 richieste pervenute al ministero di via Flavia a fronte di una «capienza» poi autorizzata di
7mila unità. Per governare le diverse crisi e portare a compimento
i piani di ristrutturazione concordati con i sindacati senza determinare
ricadute sociali troppo pesanti. Una dimostrazione in più di questa clamorosa contraddizione.
Nell’elenco, come accennato, nomi notissimi del panorama industriale
nazionale e internazionale.
A guidare la classifica, con 2.400 prepensionamenti previsti, il gruppo Fiat, che con il proprio stato di crisi formalizzato lo scorso dicembre è stato determinante per l’adozione del decreto (il precedente, del 1997, dopo la modificazione delle ripartizioni apportata nel ’99 aveva esaurito i propri effetti). Poi, con «solo» alcune centinaia di esuberi destinati , seguono gli altri. L’Eni ne applicherà 536 per la chimica; Marconi 465, tra Marconi Communications, Marconi Sud e Selenia; Alcatel 200; Infotel – per Intelit, Infotel Italia, Innovation Management Toois, Cementel – 192, come Lear Corporation; Tecksid 181; Alenia Spazio e Laben 153; Getronics e Sielte 145; Sirti, la società di impianti telefonici, 144; Ericsson 123; Italtel 131; Abb 110, come Cnx; Celestica e Ote 100; Alstom 81. Poi, via via, gli
altri. Nell’elenco compare anche Flextronics International (110
prepensionamenti previsti), l’azienda de l’Aquila appartenente a una multinazionale Usa che non ha mai fatto mistero di sopportare a fatica le rigidità del sistema di relazioni industriali italiano.
Ma come funzionano, tecnicamente, i prepensionamenti? Chi
ci guadagna? E cosa ci rimettono i lavoratori? Anzitutto va precisato
che i prepensionamenti sono legati alla mobilità. I lavoratori
considerati in esubero, al termine delle procedure di confronto
previste dalla legge, cui manchino non più di cinque anni al conseguimento dei requisiti minimi per la pensione di anzianità (attualmente, come ricordato, 57 anni di età e 35 di contributi versati), vengono collocati in «mobilità lunga». Della durata, appunto,
di cinque anni. In questo periodo percepiscono un’indennità di
mobilità che è più bassa della normale retribuzione, anche se spesso specifici accordi sindacali prevedono una integrazione a carico
dell’azienda, che nei casi più fortunati copre l’intero differenziale.
I contributi, invece, vengono riconosciuti integralmente.
Quando arriverà l’età della pensione, il dipendente godrà di un
trattamento identico a quello che avrebbe avuto se avesse lavorato
senza soluzione di continuità anche in quegli anni.
Per quel che riguarda gli oneri, la «mobilità lunga» è totalmente a
carico delle aziende, che devono versare i relativi contributi nelle
casse dell’Inps. In particolare per i due anni relativi alla parte straordinaria (visto che fino a tre anni si parla di mobilità ordinaria).
In genere, spiegano gli esperti del settore, l’istituto di previdenza ci
rimette solo la parte relativa all’adeguamento dei contributi figurativi.
Questo trattamento, però, non vale per tutti i lavoratori.
A beneficiarne, in caso di bisogno, sono solo i dipendenti di quelle aziende – di medie e grosse dimensioni – che possono accedere alla cassa integrazione guadagni. Operai ed impiegati delle imprese di piccole – e piccolissime – dimensioni hanno sì diritto all’iscrizione alle
liste di mobilità. Ma senza assegno e senza copertura contributiva.
Per loro l’unico vantaggio è costitutito da una maggiore facilità
di riassunzione, legata agli sgravi fiscali riconosciuti all’azienda
che intenda prenderli al lavoro. Il sospetto, alla fine, è che la richiesta
dell’innalzamento per legge dell’età pensionabile, per Confindustria,
altro non sia che un’ulteriore frontiera della flessibilità.