La corsa del lavoro a termine

08/07/2002



Sabato 06 Luglio 2002

L’incidenza degli occupati temporanei sul personale assunto stabilmente è salita in Italia del 9,8 %
La corsa del lavoro a termine
I contratti interinali e a tempo determinato sono in espansione soprattutto nei mercati più rigidi

Serena Uccello

MILANO – Il lavoro temporaneo come camera di compensazione della rigidità del mercato del lavoro? Sembra proprio di sì. Almeno secondo un’analisi condotta dalla società di lavoro interinale Italia Lavora che, elaborando dati Istat, mette in relazione la crescita del lavoro temporaneo con la mancanza di flessibilità. Ovvero: quanto più rigide sono le regole che disciplinano il mercato del lavoro, tanto più si assiste alla diffusione dell’occupazione temporanea. Secondo lo studio di Italia Lavora, infatti, in Europa l’incidenza dell’occupazione temporanea – considerando insieme lavoro interinale e contratti a termine – su quella dipendente è cresciuta nel periodo 1993-2001 soprattutto nei mercati più rigidi. E analizzando i dati, lo studio di Italia Lavora evidenzia come il Paese con la maggiore incidenza degli occupati a carattere temporaneo è la Spagna (nel 2001 il 31,5%), seguita dal Portogallo (20,4% nel 2000), dalla Finlandia (17,9%), dalla Francia (14,9%) e dall’Olanda (14,3%). L’Italia ha chiuso il 2001 con un’incidenza dell’9,8 per cento. Diversamente – secondo lo studio di Italia Lavora -, dove i mercati del lavoro sono meno rigidi, la quota del lavoro a termine è piuttosto bassa: è il caso del Regno Unito (6,7%) e dell’Irlanda (4,7%). Una contraddizione? Non proprio secondo Gabriele Pillitteri, direttore marketing di Italia Lavoro che dà alla correlazione questa chiave di lettura: «in Gran Bretagna – dice – il lavoro interinale sta calando perchè stanno funzionando una serie di interventi finalizzati al sostegno del lavoro. L’outplacement, ad esempio, è sempre più diffuso tra le aziende. Sono, infatti, proprio le aziende che mettono a disposizione dei propri lavoratori in esubero servizi per la stesura di un curriculum dettagliato, attività di orientamento finalizzate al ricollocamento sul mercato o alla riqualificazione professionale. Ecco perché si assottiglia il ricorso al lavoro interinale come strumento di collocazione momentanea o come trampolino in attesa di un nuovo inserimento stabile». Ma l’analisi di Italia Lavora dal piano europeo si concentra sul quadro nazionale e analizza, sempre per il periodo 1993-2001, l’andamento dell’occupazione temporanea, regione per regione. Emerge così che «esaminando il trend degli occupati dipendenti a carattere temporaneo a partire dal 1993 si arriva nel 2001 a una crescita del 68 per cento. In particolare nel Nord-Ovest l’incremento è stato del 98%, nel Nord-Est del 68% e al Sud del 47 per cento. Per quanto proprio dalla seconda metà del 2001 si è innescata un’inversione di tendenza, con un ridimensionamento dell’occupazione a termine a favore dell’incremento di quella stabile. «Un fenomeno, questo, che può essere spiegato – dice Pillitteri – sia con i livelli di saturazione occupazionale al Nord sia con le politiche di stabilizzazione dei contratti a termine». L’incidenza più alta dei dipendenti a carattere temporaneo è stata rilevata in Calabria (19,5%), Sicilia (19,2%), Puglia (15,6%) e Sardegna (14,5%). Mentre in Lombardia è stata registrata l’incidenza più bassa con il 5,9 per cento. La media nazionale è del 9,5%, di due punti circa superiore rispetto a quella del 1995. «L’interinale – spiega Pillitteri – si conferma una porta di ingresso proprio in quelle aree del Paese dove il mercato del lavoro è più debole. La crescita al Sud, dove è maggiore il numero di imprese giovani rispetto a quelle già consolidate, ribadisce infatti che a servirsi del lavoro temporaneo sono soprattutto le start-up».