La corsa a dare il peggio di sé – di Giorgio Ferrari

03/07/2002



Mercoledì 3 luglio 2002




Biagi: l’attesa di una parola chiara

La corsa a dare il peggio di sé

Giorgio Ferrari

      Non vi fosse un morto eccellente (ma diciamolo al meglio: una vita umana spezzata che forse poteva essere salvata), lo psicodramma nazionale attorno alle lettere disperate del giuslavorista Marco Biagi avrebbe, ahinoi, tutti i contorni di una pochade da Prima Repubblica: "manine" misteriose (ricordate i documenti del covo di via Monte Nevoso?), servizi che occhieggiano nel silenzio, ministri che parlano troppo, ministri che non parlano affatto, procure che inspiegabilmente ignorano, polizie che brancicano senza venire a capo non di uno ma di due delitti terroristici, uomini politici che ne approfittano per regolare conti fra di loro, il tutto sullo sfondo di un fiume di lettere che il povero Marco Biagi aveva inviato a mezza Italia senza che apparentemente alcuno ne tenesse debito conto. C’è un’aria di déjà vu in tutto ciò, lo si è già detto da queste colonne, e se è vero che la Storia prima si presenta sotto forma di dramma e la seconda volta si ripete come farsa, verrebbe da dire che l’invincibile vocazione italiana alla commedia dell’arte si sia riproposta anche questa volta nella sua immutata – luttuosa – maestà. Purtroppo per tutti noi la faccenda è terribilmente seria. E la quasi totalità degli attori ne esce male, alcuni malissimo. La figura peggiore la sta facendo – a sorpresa – il ministro degli Interni, colto sul fatto in un commento inglorioso che francamente si poteva risparmiare e che lo pone in un’imbarazzante posizione di inaffidabilità. Dubitiamo che la lacerazione inopinatamente causata possa ritenersi rammendata dopo la conferma della fiducia da parte di Berlusconi. Pensiamo anzi che nelle prossime ore ci potrebbero essere delle novità risolutive, comunque indispensabili per ripristinare la dignità del governo. Non ne esce bene neppure l’eroe della piazza, Cofferati, lui che guida un grande sindacato ma che al contempo non si degna di spiegare a chicchessia perché – a suo avviso – un uomo mite e probabilmente non incline agli eccessi come Biagi si sentisse minacciato direttamente da lui e dai suoi compagni. In compenso, per meglio difendersi, prolunga il proprio mandato fino a settembre. Non brillano per efficienza neanche coloro che indagano su quel delitto: non tanto perché non hanno già individuato i colpevoli, quanto perché sembrano essere fra tutti – paradossalmente – i meno informati: di quel lungo rosario di lettere inoltrate dal consulente del lavoro pare ne conoscessero soltanto tre. Nondimeno non ci strappa l’applauso il fatto che i computer del professore fossero a disposizione di tutti e non al vaglio esclusivo degli inquirenti. Chi doveva metterli al sicuro? C’è ancora un magistrato dalle parti di Bologna? Neppure i media ne escono bene. Il giornaletto militante che ha pubblicato le prime lettere, l’importante quotidiano che le ha riprese cadendo in un singolare trabocchetto, la testata televisiva pubblica che ha ignorato i commenti irriguardosi di Scajola: per tutti s’indovina il refolo di un gioco delle parti che ci piace così poco da rimandarci con la memoria ad anni che pensavamo di avere lasciato alle spalle. E già che ci siamo formuliamo quella domanda che sta sulla bocca di tutti: chi ha recapitato quelle lettere? Avrà un nome, immaginiamo: si faccia dunque quel nome, si dica chi è. In questa poco lusinghiera farsa all’italiana (che ha indotto il presidente Ciampi – con parole calibrate – a riaffermare la propria vicinanza alla famiglia Biagi) c’è un convitato di pietra: il presidente del Consiglio. A lui l’onere – nella solitudine che il potere concede – di stabilire il destino di un ministro ormai azzoppato e insieme di offrire al Parlamento un’indicazione autorevole e ultima e magari una qualche spiegazione che regga l’urto dello sconforto.