La Consulta boccia in parte lo scudo solo i giudici valutano l´impedimento

14/01/2011

ROMA – La decisione della Consulta sul legittimo impedimento? Si può riassumere con un commento raccolto alla Corte non appena il verdetto diventa ufficiale: «Della vecchia legge 51 ormai resta solo il nome». Ebbene sì, la legge che porta quel numero, votata dalla maggioranza con l´astensione dell´Udc ad aprile 2010, è stata fatta a pezzi. Smembrata, tagliuzzata, ricondotta alla Costituzione e al rispetto degli articoli 3 (siamo tutti uguali davanti alla legge) e 138 (immunità e prerogative non s´introducono con leggi ordinarie). Soprattutto resa coerente con l´istituto del legittimo impedimento che già esiste nel codice di procedura per cui se un imputato ha un valido motivo per rinviare il processo il giudice fissa un´altra data. Le norme cucite addosso a Berlusconi, che l´Udc aveva proposto e avallato polemizzando solo sulla presenza dei ministri, dopo la decisione della Corte tornano a essere identiche a quelle degli altri cittadini. La sentenza, in 15 giorni, sarà scritta dal relatore Sabino Cassese. I processi di Berlusconi riprenderanno, lui potrà usufruire del moncone residuo della 51, ma il giudice tornerà protagonista del dibattimento.
Una seduta lunga sei ore. In due parti. Un voto finale che sconvolge i pronostici. La Corte non si spacca. Tutt´altro. Finisce 12 a 3. Assai meglio che per il lodo Alfano bocciato 9 a 6. E pure nelle votazioni sui singoli commi la maggioranza non scende mai sotto quota undici. Arroccati a difendere la legge restano Mazzella e Napolitano, i due che cenarono con Berlusconi prima della sentenza sul lodo Alfano. A loro si aggiunge Finocchiaro che arriva dalla Cassazione.
Il presidente Ugo De Siervo non si tira indietro da un commento: «Sono molto contento per l´esito di questa sentenza sia in sé, sia perché su un tema così delicato s´è registrata una larga convergenza». I numero contano alla Corte, e quelli che restituiscono il legittimo impedimento alle mani del giudice sono significativi. Basti pensare che pure Giuseppe Frigo, avvocato eletto dal centrodestra, è nel gruppo dei 12. Così come giudici dati per incerti o favorevoli alla legge, come la Saulle (in sedia a rotelle ma presente), Maddalena, Grossi, Quaranta. Si coglie grande entusiasmo tra chi è pronto a dire: «Questo è un grande giorno per il diritto e la Costituzione». E in polemica con il Berlusconi di Berlino: «Quell´uscita non è stata felice. Ingiurie e minacce rafforzano in tutti il senso delle istituzioni».
Ma cos´ha deciso la Consulta. Ha vivisezionato la legge. Via il periodo in cui si parla di «impegno continuativo», di un premier che fa presentare il certificato dalla presidenza del Consiglio, in grazia del quale «il giudice rinvia il processo» addirittura fino a sei mesi. Previsione che va contro il 3 e il 138 della Costituzione. Molto si discusse di quel comma in Parlamento. Lo contestò subito la finiana Giulia Bongiorno: criticò l´automatismo che toglieva libertà alle toghe e l´idea di un impegno «continuo» che non lasciava spazi per alcuna udienza. Ora la Corte cancella tutto con un tratto di penna.
Ma v´è di più. Ecco un altro passaggio critico annullato. Dov´è scritto che «il giudice, su richiesta di parte, rinvia il processo ad altra udienza». Un diktat. Soppresso poiché viola ugualmente il 3 e il 138 della Carta laddove «non prevede che il giudice valuti in concreto l´impedimento addotto». Il riferimento è l´articolo 420 ter del codice di procedura penale sull´impedimento ordinario in cui invece il giudice «valuta liberamente» l´eventualità del rinvio.
La scarnificazione tocca il primo articolo della legge, l´elenco dei compiti del premier, l´obbligo del rinvio delle udienze anche «per le attività preparatorie e consequenziali, nonché comunque coessenziali alle funzioni di governo». La Corte non ritiene «fondata» la richiesta dei giudici di Milano di cassare la norma, la rigetta, ma fornisce la chiave interpretativa corretta: il giudice può rinviare solo di fronte a impegni inderogabili. Toccherà alla Cassazione decidere se resta in piedi il referendum di Di Pietro. Alla Consulta si coglie scetticismo.
«Legge distrutta». «Peggio di una bocciatura». Chiosano nel palazzo. Perché, allora, non bocciarla del tutto? Per due ragioni: «Non si nega, in astratto, che il legittimo impedimento applicato al premier si possa riferire alle attività di governo». E poi «il Parlamento è libero di fare leggi che lo disciplinano». Ma a patto che rispettino la Carta